Archive for the ‘Tempo libero e viaggi’ Category

Viaggio in Kalahari e Okavango, un indelebile ricordo. Parte prima

martedì, settembre 22nd, 2020


Dieci amici, cinque fuoristrada all’avventura in Botswana attraverso il Kalahari, su fino in Okavango, poi alle cascate Vittoria in Zimbabwe, per terminare come spettatori della finale del campionato mondiale di rugby a Johannesburg, Sudafrica.
Mica male come viaggio stile Indiana Jones.
Certo, perché abbiamo attraversato il Central Kalahari Game Reserve (vasto più o meno come la Danimarca) da sud a nord percorrendo anche piste in disuso guidati dalle carte geografiche e dal mio navigatore satellitare, uno dei primi esemplari, capace solo di indicare le coordinate da riportare sulla carta.
Il nome Kalahari, che è uno dei più vasti deserti al mondo, in lingua locale significa “grande sete”. Anche se principalmente in Botswana, esso è anche entro i confini di Namibia e Sudafrica.
In realtà, pioggia ne cade, ma è rapidamente assorbita e non lascia riserve superficiali.
La vegetazione è varia: si va da zone desertiche di rada vegetazione, ad altre di savana fino a macchie di alberi di media taglia.

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Un drammatico salvataggio

sabato, febbraio 22nd, 2020

La Dunedin Star arenata

Probabilmente pochi salvataggi in mare sono stati così drammatici e travagliati come quello dei superstiti della Dunedin Star naufragata, nel novembre 1942, sulla famigerata Skeleton Coast (Costa degli Scheletri), in Namibia, poco a sud della foce del fiume Kunene che separa questo paese dall’Angola.
Della Costa degli Scheletri ho scritto nell’ottobre 2014 e, comunque, il nome definisce bene il luogo ove i superstiti si sono trovati a dover lottare per la vita.
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Turismo responsabile: seconda parte

venerdì, dicembre 20th, 2019

giovane esemplare di Kudu

Una mattina, di fronte agli uffici della Cooperazione Italiana in Swaziland, vidi due bambinetti che sembravano attendere, dai passanti, un po’ di elemosina. Chiesi al nostro autista di domandar loro se avrebbero gradito qualcosa da mangiare e da bere. Lo mandai a comperare del pane in cassetta e due succhi di frutta. La bambina più grandicella diede una fetta di pan carré al fratellino e se ne prese mezza per lei. In due bevvero un solo succo e se ne andarono.
Perché decisi di dar loro il pane? Perché sicuramente a casa avevano una famiglia o, forse erano orfani accuditi da famigliari poveri. Il pane era l’alimento che sarebbe stato gradito anche a casa.
Vennero ancora ogni due o tre giorni per un po’ di tempo ed ogni tanto associai al pane anche un pacchetto di farina di mais per il “Mielie Meal” (o Pap), elemento principe dell’alimentazione locale simile alla nostra polenta. E sempre i due bimbi mangiavano una fetta di pane a testa e se ne andavano non prima che la bimba accennasse ad una flessione delle ginocchia in segno di ringraziamento e, dopo qualche tempo, anche ad un sorriso.

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Turismo responsabile, prima parte

venerdì, novembre 22nd, 2019

In cambio della foto ho acquistato delle buonissime banane

Durante il Summit Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile, tenutosi a Cape Town nell’agosto 2002, fu adottata la “Dichiarazione sul turismo responsabile” con i seguenti principi:
1-Minimizzare l’impatto negativo economico, ambientale e sociale
2-Generare importanti benefici economici per le popolazioni locali; migliorare il benessere delle
comunità ospitanti, migliorare le condizioni di lavoro e l’accesso al mercato
3-Coinvolgere le popolazioni locali nelle decisioni che influenzano le loro vite e possibilità
4-Dare contributi positivi alla conservazione del patrimonio naturale e culturale e al mantenimento
della diversità globale
5-Fornire al turista piacevoli esperienze attraverso interazioni con la popolazione maggiormente
significative e maggior comprensione delle problematiche culturali sociali ed ambientali locali
6-Garantire l’accesso per le persone con difficoltà fisiche
7-Essere sensibile dal punto di vista culturale, generare rispetto tra turisti ed ospiti, e costruire
orgoglio e fiducia nella comunità locale

Nel 1998 fu creata l’Associazione Italiana Turismo Responsabile con lo scopo di promuovere un tipo di turismo che non generi disparità sociale ed economica e che sia sostenibile.
Nel 2005 l’assemblea dell’Associazione adottò la seguente dichiarazione che sintetizza la dichiarazione di Cape Town.

«Il turismo responsabile è il turismo attuato secondo principi di giustizia sociale ed economica e nel pieno rispetto dell’ambiente e delle culture.
Il turismo responsabile riconosce la centralità della comunità locale ospitante e il suo diritto ad essere protagonista nello sviluppo turistico sostenibile e socialmente responsabile del proprio territorio.
Opera favorendo la positiva interazione tra industria del turismo, comunità locali e viaggiatori.»

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Scelte che arricchiscono la vita

lunedì, luglio 22nd, 2019

Più e più volte Cristina, la direttrice del Cofanetto Magico, mi ha chiesto di raccontare le mie esperienze di medico in Africa.
Ho sempre declinato l’invito perché pensavo -ed ancora penso- che è facile cadere nel patetico, stimolare, magari inconsciamente, sentimenti pietistici che portano chi legge ad una reazione emotiva e non ad una razionale visione dei problemi che affliggono le popolazioni più svantaggiate del pianeta.
Non approvo, ad esempio, gli inviti televisivi a donazioni a ONG o ONLUS, in cui vengono esposti (talora un po’ morbosamente) bimbi africani sofferenti per suscitare emozione e volontà a donare.
Non capisco perché, quando nei telegiornali si mostrano bambini nel nostro paese i volti vengono oscurati, mentre per quelli in Africa no: niente privacy, protezione, dignità per loro. Anzi, sembra che indugiare sulle mosche che colonizzano i volti di quei poveri bimbi sia lo stimolo maggiore a donare.
Io credo che mostrare bimbi che giocano in una scuola costruita con fondi istituzionali o da donazioni, sia un messaggio più potente perché mostra il raggiungimento dell’obbiettivo.
D’altra parte, ormai, la nostra società vive di emotività e non di razionalità: dalla politica, allo sport, ai fatti di cronaca si mira più a colpire “lo stomaco”, a suscitare reazioni immediate e, spesso, incontrollate che a stimolare il pensiero razionale.
Eppure, le popolazioni “povere” hanno bisogno di supporto strutturato e non episodico, ma questo è un discorso che coinvolge le nazioni ricche ed i fondi destinati alla cooperazione internazionale in loco.

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Luderitz, Namibia, una colorata cittadina coloniale

venerdì, dicembre 21st, 2018

da sinistra in senso orario: tempesta di sabbia, bruma, baia, Dias Cross

Luderitz è una delle poche città della Namibia affacciate sul mare nella inospitale costa atlantica.
Basta nominare la “Costa degli scheletri”, che si trova nel nord del paese, che si ha idea dell’ambiente costiero.
Quando ci siamo arrivati, nei nostri viaggi, abbiamo sempre incontrato la bruma o all’arrivo, o alla partenza ed una volta anche una tempesta di sabbia.
Eppure, la piccola città, forse perché meno turisticizzata di Swakopmund, è capace di affascinare soprattutto con i suoi colorati edifici.
Anche se fu fondata nel 1883, la città ha storia più antica, nel senso che la baia su cui sorge fu esplorata già nel 1488 dal navigatore portoghese Bartolomeu Dias che la chiamò «Angra Pequena» (piccola baia).

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I Monti del Drago (Drakensberg) in Sudafrica: uno spettacolo da non perdere

venerdì, dicembre 22nd, 2017

Lo spettacolo che si presentò agli occhi dei primi coloni Boeri quando, durante la “Grande Marcia” raggiunsero un’alta e vasta catena montuosa (se ne andarono dalla Colonia del Capo attorno alla metà dell’800 per vari motivi, ma soprattutto per fuggire la progressiva inglesizzazione del territorio), fu impressionante: picchi aguzzi che si stagliavano contro il cielo azzurro, profondi burroni, cascate.
Da dove origini il nome Drakensberg (Monti del Drago) è incerto.
Una leggenda narra che una coppia di Boeri raccontò, trafelata, di aver visto un dragone con ali e coda, che volava sopra le nuvole o, in alternativa, che il dragone soffiava fiamme e fumo.
Meno fantasioso il nome dato dagli Zulu: uKhahlamba (barriera di lance) ad indicare le aguzze punte dei picchi.
Ma cosa sono i Drakensberg e dove sono esattamente?

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Il Cervino d’Africa

mercoledì, novembre 22nd, 2017

Spitzkoppe

Anche in Africa si può scalare il Cervino.
A dire il vero il nome del monte è Spitzkoppe, ma è anche chiamato il Cervino della Namibia per la sua conformazione che ricorda molto il nostro monte alpino.
Alto 1728 m sul livello del mare, il monte si erge, però, solo 700 m dalla pianura del Namib Desert.
È parte di una struttura granitica, nata più di 700 milioni di anni fa, che comprende anche vette di minore altezza.

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Avete fumo che suona nel vostro paese? Ovvero: Livingstone, le cascate Vittoria ed io

mercoledì, febbraio 22nd, 2017

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«Avete fumo che suona nel vostro paese?» fu la domanda che una guida locale pose a Livingstone quando raggiunsero, nel 1855, “Mosi oa tunya” (il fumo suona qui) le possenti cascate dello Zambesi che l’esploratore subito battezzò “Victoria Falls” (cascate Vittoria) in onore della regina britannica.
Gli abitanti locali ne avevano terrore perché pensavano che fosse rifugio di una potente e misteriosa divinità e fu difficile per Livingstone, procurarsi una guida.
Le cascate sono le più vaste al mondo tenendo in considerazione altezza e larghezza: si estendono per 1.700 metri e l’acqua precipita per 108 metri creando nuvole di vapore che si innalzano per centinaia di metri. Il rumore poteva essere percepito, ai tempi di Livingstone (in assenza di inquinamento acustico) anche a 15 km di distanza.

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Gli Himba e le cascate Epupa in Namibia

giovedì, dicembre 22nd, 2016

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Gli Himba hanno la medesima origine etnica degli Herero, etnia pastorale arrivata nel Kaokoland, nel nord della Namibia al confine con l’Angola, nel 16° secolo.
Mentre la maggioranza degli Herero continuò in seguito la migrazione verso sud, una parte restò; attorno alla metà dell‘800, essi furono vittime di scorrerie di predatori Nama che li derubarono, progressivamente, di quasi tutto il bestiame.
Molti di loro fuggirono oltre il fiume Kunene in quella che ora è l’Angola. Qui, privati di quasi tutto e ridotti allo stato di cacciatori-raccoglitori, furono costretti a mendicare ospitalità e sostentamento; per questo furono chiamati, dalle popolazioni locali, Ovahimba (mendicanti).

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