Il Cofanetto Magico http://www.ilcofanettomagico.it Tutti i colori dell'essere e dell'esistere Fri, 20 Apr 2018 20:54:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.2.20 Giù la maschera! Davide Pagnini ci racconta del suo essere musicista nella “Città della musica” (Pesaro, Città Creativa della Musica Unesco) http://www.ilcofanettomagico.it/2018/04/18/giu-la-maschera-davide-pagnini-ci-racconta-del-suo-essere-musicista-nella-citta-della-musica-pesaro-citta-creativa-della-musica-unesco/ http://www.ilcofanettomagico.it/2018/04/18/giu-la-maschera-davide-pagnini-ci-racconta-del-suo-essere-musicista-nella-citta-della-musica-pesaro-citta-creativa-della-musica-unesco/#comments Wed, 18 Apr 2018 05:00:05 +0000 http://www.ilcofanettomagico.it/?p=28128

Davide Pagnini, cantautore e musicista

Me lo dicono tutti, al punto da avere ormai convinto anche me, che quando nell’autunno del 1983, con l’incoscienza sognatrice dei miei 26 anni, novello emulo non ricordo quanto inconsapevole del “Signor di Bergerac” dissi “No, grazie!” ad un posto in banca (peraltro legittimamente conquistato con un piazzamento da podio al termine di un apposito prestigioso concorso) e decisi di seguire una specie di impulso euforizzantemente illogico, era più difficile, rispetto ad oggi, fare una scelta così controcorrente.

Oggi che una vera “corrente” a cui abbandonarsi non ci sarebbe neppure più, è paradossalmente più facile fare scelte che diventa improprio anche definire “alternative”, visto che manca proprio “l’impianto strutturato” a cui teoricamente contrapporsi.

Voglio dire che se non c’è quasi più un percorso ovvio, o quanto meno facilitato, che traghetti lo studente coscienzioso dall’aula scolastica o universitaria, direttamente alla scrivania lavorativa, decidere di fare qualcosa che continuiamo impropriamente a definire non convenzionale, seguendo una qualche vocazione, pur se non ancora considerato normale, non appare più di certo una scelta così irrazionale.

Ma una legge base del mondo (non solo di quello del lavoro) dice che quando la concorrenza aumenta diventa più difficile emergere. Ovvero, se è meno utopistico oggi seguire la propria indole e mettersi a fare il musicista piuttosto del bancario, ci si troverà di certo in buona compagnia, e quello che si sarà guadagnato grazie alla atipicità della scelta, lo si perderà per colpa della mancanza di originalità dell’opzione.

Insomma, se decidere di fare il musicista, oggi, può essere una scelta più facile anche a causa della scarsità di alternative, riuscire poi a farlo veramente (e magari anche ricavare di che viverci) è più difficile, per eccesso di concorrenza.

Tra pochi o tra tanti, lo strumento migliore per emergere, resta comunque sempre lo stesso, ovvero la qualità di ciò che si fa, e l’impegno costante a puntare all’eccellenza.

In foto: a sinistra Davide Pagnini con la sua chitarra e a destra Paolo Pagnini col suo nuovo libro “L’ultima vita

Davide Pagnini lo conosco da quando è nato. L’omonimia tra noi non frutto del caso. Davide è il figlio di mio fratello Gabriele. Il suo primo palco è stato quello dove noi per anni abbiamo tenuto spettacoli di animazione per la nostra città, il suo primo impegno nel mondo dello spettacolo è stato con il nostro Staff di animazione cittadina (per chi fosse curioso, a questo link c’è una bella intervista che la Direttrice Maria Cristina mi ha fatto, per il Cofanetto Magico, ben quattro anni fa).

Insomma, qui il rischio che qualche lettore sia infastidito dall’idea di una compiacente “cosa in famiglia” è veramente grosso. E allora diciamo subito che:

1 – L’idea dell’intervista è proprio della nostra apprezzatissima Direttrice;
2 – Davide, come cantautore e musicista (ci ho pensato molto, prima di esserne certo), mi piacerebbe, e molto, anche se non fosse mio nipote.

Per cui, se avrete voglia di seguirci, ci sono ottime possibilità che scopriate anche voi una delle nuove voci del panorama musicale italiano, e, fra qualche (poco) tempo, quando, come ci auguriamo, la notorietà di Davide Pagnini “esploderà”, potrete dire: io lo conosco già!

Davide, cosa c’è scritto alla voce “professione”, sulla tua carta d’identità?

C’è scritto MUSICISTA, ma svolgere questa professione non significa fare soltanto una cosa. Un cantautore, oggi, deve essere un professionista del web e dei social, un promoter, un manager, un rappresentante, un musicista, un cantante, uno scrittore, un videomaker, un editor, un arrangiatore, un autista, un facchino, un magazziniere, un inventore e un rivenditore.
Ogni singola parte è fondamentale per mandare avanti un ingranaggio complesso che poi si conclude con la semplice facciata di una canzone. Molto spesso, la musica finisce per essere l’aspetto meno importante di tutto questo meccanismo e la qualità artistica generale si abbassa, portando molti colleghi MUSICISTI a scegliere di scrivere DISOCCUPATO nella propria carta d’identità.

Davide mentre esprime la sua arte

Ad un biografo che volesse raccontare la tua storia, cosa raccomanderesti di non dimenticare, nei primi capitoli?

– Vorrei che introducesse la mia biografia così: la musica si fa, non ci si può girare intorno. La musica non viene a bussare alla tua porta, la musica non ti cerca.
Se consideri la musica un sogno stai pur certo che non potrai mai fare musica. Un sogno si definisce tale quando è diverso dalla realtà. Se la musica è diversa dalla realtà non può funzionare. Porre obiettivi, lavorare duramente ogni giorno, seguire se stessi più di ogni NO che un frustrato qualunque si diverte a dire, studiare, andare a sporcarsi le mani, cercare un solo talento e approfondire quello, essere maniaci e perfezionisti.
La carriera non inizia con il primo disco. La carriera ha inizio quando si nasce e si comincia ad accumulare esperienza. Sarà quel bagaglio che un giorno ti farà scrivere la prima canzone.
Molte professioni richiedono una preparazione didattica, mentre il metodo per trovare ispirazione non si studia su nessun libro.
“Il mestiere dell’autore è vivere la vita”.

I libri vanno letti, i quadri vanno ammirati e la musica va ascoltata. Detto questo, se volessimo comunque provare a spiegare a parole perché chi ci legge in questa intervista, dovrebbe ascoltare le tue canzoni, cosa ti sentiresti di dire?

– Compongo canzoni che esprimono poetica ed eleganza, affronto temi basilari osservandoli da un punto di vista inesplorato, lavoro per aprire il canale emotivo più di quello auditivo. In un’epoca di omologazione come la nostra, dove la discografia tende a standardizzare ogni artista e genere musicale, queste sono caratteristiche rare. Per questo si dovrebbe ascoltare Davide Pagnini.

Cosa scriveresti oggi, al Davide sedicenne che iniziava a far ascoltare in giro le sue prime canzoni? E cosa ti piacerebbe leggere, in una lettera che il Davide 60enne riuscisse ad inviarti facendotela trovare oggi prima di un concerto nella custodia della chitarra?

– Al Davide sedicenne scriverei così: “Caro Davide, bravo Davide! Sono fiero di te, del tuo coraggio e della tua umiltà. Sei stato forte, sei stato determinato e a volte hai anche raggiunto l’obiettivo. La strada è stata tortuosa e qualche volta anche in discesa, la bussola ha segnato sempre la stessa direzione, ma la direzione è una cosa bella solo per chi sa dove andare.”
Da un Davide sessantenne vorrei sentirmi dire:”Caro Davide, bravo Davide! Sei sulla strada giusta, ma sei ancora lontano dall’obiettivo. Ti stai godendo il percorso? A volte temo che tu non lo sappia fare. Ho paura per te quando vieni attaccato dagli invidiosi, ho paura che ti dispiacciano troppo cose, ho paura che sia un mondo difficile, ma so che potrai vincere, lo so.
Ti auguro di essere felice. Qualunque sia il modo.”

E ora una domanda alla Marzullo: è la musica che aiuta a vivere meglio o in fondo in fondo non siamo altro che quello che mangiamo? Ovvero: si faccia una domanda e si dia una risposta…

– Quando vivo un’esperienza sviluppo dei pensieri concettuali. L’istante dopo averli catturati, ho sempre la violenta necessità di esprimerli in musica. A volte ci riesco e sono davvero felice.

Prima di concludere, una specie di domanda di rito. Che poi sono due: se non avessi fatto l’artista: a) cosa ti sarebbe piaciuto fare e: b) cosa pensi che avresti anche accettato di fare.

– Se non avessi scelto la musica, avrei voluto essere uno sportivo, per l’esattezza un giocatore di basket o tennis. Credo che lo sport sia l’arte più vicina alla perfezione.
Avrei accettato di lavorare nel settore turistico e culturale. Ho anche una laurea in questo ambito!

Davide Pagnini con le copertine di due suoi singoli:
Ballerino di Jazz e Mare


E ora, per il gran finale, io non ti chiederò i tuoi programmi per il futuro più o meno immediato, ma se tu ci svelassi almeno qualcosa in esclusiva… chessò, qualche data dei concerti, o quella di uscita del nuovo album… o un piccante gossip sulla tua vita “on the road”… insomma, qualcosa per rendere questa intervista VERAMENTE UNICA!

– Posso svelarvi in anteprima che sto ultimando i lavori su un nuovo album che per me rappresenta una grande svolta artistica. Credo che uscirà entro quest’anno.
Ora sto concludendo un tour che mi ha portato dal Teatro Comunale di Teramo al Teatro Arciliuto di Roma. In questo preciso istante vi sto scrivendo dalle baraccopoli dell’Idroscalo di Ostia, una realtà dura e cruda. Ho un gatto sulle gambe che cerca attenzioni, un iPad tra le mani e fogne a cielo aperto tutt’intorno. Poco lontano, nel porto turistico, yacht milionari.
Siamo esseri strani.

Ringraziamo Davide Pagnini per averci così generosamente concesso un po’ del suo tempo libero nelle pause di una sua minitournee (tre date tra Teramo e Roma), e invitiamo tutti ad integrare le parole appena lette, con la musica, da ascoltare (e vedere), cliccando sui link qui sotto.

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Articolo di Paolo Pagnini

Paolo Pagnini è nato, legge, scrive e vive a Pesaro.
Osservatore attento e curioso, si lancia in spericolate sperimentazioni nei più diversi settori: dalla comunicazione allo spettacolo, dalla radiofonia alla fotografia, dal commercio alla ideazione e promozione di iniziative turistiche, culturali e artistiche.
Aggiorna quotidianamente il suo profilo facebook e frequentemente il sito web e risponde con estrema sollecitudine a messaggi in cinque diverse tecnologie.

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La posta del cuore dei nostri amici animali di Imma Paone. http://www.ilcofanettomagico.it/2018/04/12/la-posta-del-cuore-dei-nostri-amici-animali-di-imma-paone-14/ http://www.ilcofanettomagico.it/2018/04/12/la-posta-del-cuore-dei-nostri-amici-animali-di-imma-paone-14/#comments Thu, 12 Apr 2018 05:33:14 +0000 http://www.ilcofanettomagico.it/?p=27857 Cara Dottoressa Paone,
da circa in anno e mezzo ho un nuovo amico in casa, una cagnolina maltese adorabile, socievole e dolce. Ma la mia gatta, che ha 10 anni, non vuole proprio accettarla.
Ogni volta che le corre incontro per farle le feste scappa o soffia.

....

Forse ho fatto un errore a prendere un nuovo animale, nonostante faccia di tutto e abbia sempre fatto di tutto per non farla ingelosire, con extra coccole ed extra bocconcini.
Ultimamente ha cominciato a perdere il pelo ed il veterinario mi ha detto che è colpa della piccola intrusa, che non accetta completamente.
Mi ha consigliato, per la gatta, uno spray che ha definito con proprietà ormonali rilassanti, che si chiama Feliway suggerendomi di spruzzarlo nella camera dove dorme.
Che cosa ne pensa?
Non le farà male?
Si abituerà mai alla nuova coinquilina?
Grazie e tanti complimenti per la sua bella rubrica.

Mariangela da Como

Cara Mariangela,
la convivenza tra cani e gatti non è impossibile ma sicuramente necessita di tanta pazienza, rispettando i tempi necessari, ad entrambi gli animali, in modo che possano conoscersi e comprendersi.
Cani e gatti sono animali che “parlano due lingue diverse” e c’è bisogno di tempo, continua frequentazione ed abitudine per iniziare a capirsi.

....

Il cane è un “parente” del lupo, è un animale sociale, un predatore che vive seguendo le regole della gerarchia; il gatto è un predatore, proprio come il cane, ma non è un animale sociale e soprattutto non si pone alcun problema di gerarchia. E’ però un animale territoriale, ha bisogno di avere un territorio tutto suo oppure, può condividerlo con altri animali, purchè questa condivisione non gli procuri svantaggi.
I gatti non sopportano l’irruenza e l’agitazione dei cani, quell’abbaiare ed agitarsi in continuazione, la loro necessità di cercare un contatto fisico, spesso invadente e poco discreto.
I gatti sono al contrario molto discreti, amano la privacy, adorano i propri spazi e soprattutto cercano zone alte dove si sentono più al sicuro, a loro agio e non minacciati.
Per aiutarli a stabilire una buona convivenza vanno rispettati quindi pochi punti fondamentali:
1) il cibo: quando dai cibo al cane ricordati di darlo sempre anche al gatto in modo da non creare condizioni di competizione e quindi di aggressività nei confronti del cibo;
2) l’ affetto ed attenzioni ad entrambi in modo da evitare l’instaurarsi di gelosie;
3) il gioco: gioca con entrambi e presta attenzione nel caso in cui giochino tra loro, per evitare che un momento ludico si possa trasformare in una vera e propria battaglia;
4) lo spazio: entrambi devono avere uno spazio in cui si sentano non disturbati. Per un gatto sono molto utili tiragraffi elevati, scale, casette e “posti letto” messi in punti piu’ alti della casa, tipo sopra mobili, armadi, in modo che possano ritirarsi quando ne hanno voglia e scrutare il cagnolino “dall’alto” con vera e propria aria di superiorità.
Un aiuto a questo processo di socializzazione può essere fornito dal Feliway.
Il feliway è una soluzione che contiene una copia sintetica dei feromoni che i gatti rilasciano naturalmente quando si sentoni a proprio agio nel proprio ambiente. Anche i più piccoli cambiamenti in casa possono disturbare il gatto nel depositare i feromoni sugli oggetti. Di conseguenza si sentirà meno sicuro e aumenterà lo stress.
Il gatto è un animale molto sensibile allo stress e può essere inoltre influenzato da ogni cambiamento organizzativo che avviene in casa: l’arrivo di un nuovo membro in famiglia come un bambino, un partner o un cane, un nuovo lavoro che rende assenti in casa per maggior tempo, ecc. Sono infatti animali molto legati alla routine e alla stabilità dell’ambiente in cui vivono.

....

Lo stress purtroppo può portare il gatto a compiere comportamenti indesiderati, come avere minore interazione, nascondersi, compiere dispetti, fare graffiature e marcature di urina o autolesionarsi in seguito ad una spasmodica pulizia personale.
Cistiti idiopatiche e alopecia da stress sono per esempio le “patologie” più comuni che si riscontrano in gatti stressati.

L’utilizzo del Feliway aiuta a mantenere l’odore (impercebibile dal naso umano) che dona al gatto una sensazione di pace e calma, riducendo lo stress e creando un’ambiente in cui il tuo gatto sarà più sereno.
Anche io lo utilizzo e lo suggerisco molto e quindi sono pienamente d’accordo con il tuo veterinario.

....

Spero di esserti stata di aiuto ma per qualsiasi altro dubbio puoi contattarmi al mio indirizzo di posta elettronica : immavet1973@libero.it.
Un abbraccio
Dr. Imma Paone

CHI SONO

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Rampina, una favola dei nostri giorni (4° episodio) http://www.ilcofanettomagico.it/2018/04/08/rampina-una-favola-dei-nostri-giorni-4-episodio/ http://www.ilcofanettomagico.it/2018/04/08/rampina-una-favola-dei-nostri-giorni-4-episodio/#comments Sun, 08 Apr 2018 05:00:43 +0000 http://www.ilcofanettomagico.it/?p=28075

Immagine realizzata da Marica Caramia, ispirata dalla
favola di Rampina di Valentino Di Persio

Presentimenti e presagi, sono fenomeni cui la scienza non è ancora riuscita a dare una spiegazione. Eppure talvolta l’istinto può salvarci la vita. C’è chi attribuisce uno scampato pericolo ad un semplice colpo di fortuna, alla stessa stregua di un terno secco all’otto. No, non è così. Il presentimento ti dà la percezione che qualcosa stia per accadere. Quello che viene narrato in questo episodio non è attribuibile alla fortuna, ma ad una percezione extrasensoriale o, forse, ad una trasmissione del pensiero tra due soggetti empatici. Io e Rampina. Buona lettura.
Valentino

Clicca qui per l’episodio precedente.

Incubi di una notte d’estate.

Rampina aveva portato una ventata di vita nuova all’Aravecchia. Col suo arrivo, la contrada aveva perso la monotonia del ritmo lento dei giorni che si rincorrevano senza enfasi. La cavallina era felice, cresceva e diventava sempre più bella e sicura di sé. Il suo zoccolo “rampo” era ormai un ricordo. Durante le passeggiate giornaliere, le piaceva fare improvvise galoppate in avanti, veloce come il vento, per poi rivenirmi incontro saltellando come una cerbiatta e smuovendo la testa con le orecchie dritte in avanti, desiderosa di giocare. Una bustina di zucchero non gliela facevo mai mancare al termine delle sue scorribande. Con Luigi ci eravamo accordati sui compiti da assolvere. Lui avrebbe dovuto provvedere alla prima poppata del mattino e all’ultima della sera, e poi chiudere la porta col catenaccio. Io mi sarei occupato delle poppate intermedie. Bisognava anche pulire la stalla. Faceva caldo e la paglia andava cambiata spesso per evitare il diffondersi degli odori che avrebbero attirato ancora di più mosche ed insetti d’ogni specie. Ma questo lo avremmo fatto insieme a giorni alterni. Mi alzavo sempre tardi al mattino, assonnato com’ero per essere rimasto davanti al PC, in attesa di osservare all’orizzonte il mare tingersi di rosso e di sentire gli uccelli incominciare la loro sinfonia.

Quella sera me ne ero andato al bar a giocare a carte e scambiare quattro chiacchiere con i paesani. Mi piaceva ascoltare i loro discorsi in dialetto, le loro storie semplici, intrise di saggezza. Non mancavano battutine esilaranti accompagnate da fragorose risate.

Mancava poco a mezzanotte quando dalla strada provinciale imboccai la via Aravecchia che porta all’omonima contrada. Stavo tornando in anticipo rispetto al consueto. Ero stato preso da una smania improvvisa di tornare a casa, anche perché al bar non c’era più nessuno. Andavo, come sempre di notte, ad andatura moderata per evitare di investire qualche animale selvatico. Infatti, dopo la curva notai un movimento insolito sotto il pero. Rallentai, quasi a fermarmi. Era una scrofa con prole appresso: sei vispi cinghialetti striati di grigio. Sapevo che se li avessi infastiditi, la mamma avrebbe potuto reagire con una carica e provocare danni alla carrozzeria della macchina. Si allontanarono senza fretta e senza paura, perfettamente consapevoli della loro padronanza del territorio. Presero per un sentiero a sinistra, verso il colle. Subito dopo m’imbattei in un capriolo che iniziò a trotterellarmi davanti fino al fosso. Si infrattò anche lui in un viottolo laterale. “Li ho colti tutti in flagranza stasera.” stavo pensando quando un’ombra scura m’attraversò davanti come un lampo. Frenai d’istinto, sbandando leggermente. Ero già a mezza discesa prima di casa. In lontananza, altre ombre scure si dileguarono sotto la luce fioca del lampione davanti al recinto di Rampina. –I lupi!– esclamai, rabbrividendo.

La porta della stalla era spalancata. “Luigi deve averla chiusa male“, pensai. Il recinto sembrava ancora integro. Comunque, i lupi potevano essere entrati appiattendosi sotto la rete. Sperai in un miracolo. Scesi dalla macchina impaurito e guardingo, armato di un bastone che portavo sempre sul sedile posteriore della macchina. Chiamai Rampina più volte, ma invano. Nessun segnale di vita. Per la concitazione non riuscivo nemmeno a sciogliere il nodo della cordicella che assicurava la pedana di legno adattata a cancelletto al paletto di ferro. Ero agitato, preoccupato per le sorti della puledrina. Aprii con uno strappo deciso. Corsi verso la porta della stalla. Mi fermai di scatto. Avevo bisogno di riprendere fiato e prepararmi al peggio. Cosa si sarebbe presentato ai miei occhi varcando quella soglia, non osavo nemmeno immaginarlo. Mi resi conto che la stalla era al buio. Ritornai alla macchina per prendere la torcia nel cruscotto. Funzionava per fortuna. Illuminai l’interno della stalla da qualche metro di distanza: due occhi immensi si accesero alla mia vista. –Rampina, Rampina! Grazie al cielo, sei salva!-. Rampina uscì fuori circospetta, intruppando al gradino della porta. Mi venne incontro. L’abbracciai. Tremava. Doveva aversela vista brutta. Era stato provvidenziale il mio rincasare in anticipato quella notte.

Ciò che in cuor mio avevo sperato non accadesse mai, era appena successo. Dunque, Rampina correva seri pericoli. Era a rischio lupi. Il branco ora sapeva dove abitava e non le avrebbe dato tregua. Dovevo assolutamente rimediare in qualche modo, trovare una soluzione per scongiurare quel pericolo. La cosa più semplice da fare era quella di rinunciare alle uscite serali per fare la guardia fino all’alba. Ma, come spesso mi accade nei momenti di difficoltà, l’idea risolutiva non tardò a balenarmi per la testa: “E se dessi da mangiare pure ai lupi?” esclamai a me stesso ad alta voce. Come? Chiedendo aiuto ai macellai della zona.

Era quasi l’alba quando mi distesi sul divano rasserenato, convinto di aver trovato la soluzione giusta. Lasciai la finestra semiaperta per sentire eventuali rumori sospetti. Avevo chiuso la porta della stalla col catenaccio. Sul ripiano della finestrella, avevo sistemato due grossi sassi per ridurne l’apertura senza influire sul riciclo d’aria per la puledra.

Ero contento per lo scampato pericolo. Cedetti al rilassamento. Sprofondai nel dormiveglia con il sorriso beato di chi ha la consapevolezza di aver svolto un’opera buona. Mi piaceva pensare che Rampina fosse nata sotto una buona stella che l’avrebbe protetta per sempre. I merli all’esterno già lanciavano i loro fischi striduli.

La porta di casa si aprì silenziosa. Era Rampina. Entrò senza esitazione, come se fosse avvezza a farlo da sempre. Venne verso di me. Dette qualche colpetto di nitrito per schiarirsi la gola. Si rigirò due volte su se stessa prima di sdraiarsi comoda sul tappeto, lì vicino a me. Mi sorrise e cominciò a parlarmi con la sua vocina acuta.
I miei amici lupi sono venuti a conoscermi stanotte.– esordì.
Per nulla meravigliato, le risposi:
Si, si, chiamali amici quelli! Ti avrebbero sbranata viva viva, se non fossi tornato io.
Ti sbagli.– replicò. –Loro sono venuti per conoscermi, per dirmi che non mi avrebbero fatto del male se non costretti dalla fame. Noi siamo seri!– mi ha detto il capobranco.
Siamo animali e agiamo secondo le leggi della natura. Ha concluso che, fare del male senza motivo è una prerogativa degli umani.
Annuii rincuorato. Le dissi:
Non preoccuparti, do da mangiare anche a loro.
Fai proprio bene!– replicò –Anche se loro hanno paura di te. Per questo sono scappati quando sei arrivato. Ma se tu farai quello che hai detto, loro diventeranno anche amici tuoi.– soggiunse.
Nel frattempo si era rialzata e si stava avviando verso la porta. –No, aspetta! Non andare, ascolta…
Mi svegliai di soprassalto. Il salone era rischiarato dalla luce intensa del giorno. L’orologio sulla parete segnava l’una. Mi stiracchiai energicamente, sbadigliando ancora assonnato. Ero deluso di quel sogno a metà. Uscii, mi affacciai dalla siepe verso il recinto. Rampina era intenta a spiluccare l’erba. Appena mi vide venne verso da me.
Ciao incubo!– le dissi dall’altra parte della rete e allungai la mano per scompigliarle il ciuffo della criniera che le scendeva soffice sulla fronte. Nitrì.

Fine del quarto episodio

Valentino Di Persio
CHI SONO

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Omicidio di Cisterna di Latina. Alessia e Martina sono state uccise due volte, con la loro mamma Antonietta Gargiulo. La televisione dell’orrore. Albano Carrisi, i barbarismi del gossip. http://www.ilcofanettomagico.it/2018/04/03/omicidio-di-cisterna-di-latina-alessia-e-martina-sono-state-uccise-due-volte-con-la-loro-mamma-antonietta-gargiulo-la-televisione-dellorrore-il-vero-giornalismo-della-pieta-non-esiste-piu/ http://www.ilcofanettomagico.it/2018/04/03/omicidio-di-cisterna-di-latina-alessia-e-martina-sono-state-uccise-due-volte-con-la-loro-mamma-antonietta-gargiulo-la-televisione-dellorrore-il-vero-giornalismo-della-pieta-non-esiste-piu/#comments Tue, 03 Apr 2018 06:00:06 +0000 http://www.ilcofanettomagico.it/?p=28006

Alessia e Martina, con la loro mamma, Antonietta Gargiulo, vittime innocenti di una furia omicida e di una società indifferente.

Si è parlato molto della tragedia di Cisterna di Latina, un dramma annunciato. Un atroce delitto premeditato, preceduto da tante e vane denunce sporte da Antonietta Gargiulo, la mamma delle due bimbe uccise, Alessia e Martina, a sua volta ferita gravemente. Ma non si è parlato dello scempio che ne ha fatto la stampa, o, almeno, un certo tipo di stampa. Mi riferisco alla diffusione dei colloqui privati fra questa povera donna, la sua bimba Alessia ed il marito, Luigi Capasso, che subito dopo si è suicidato.

9 marzo 2018. Il giorno del funerale di Alessia e Martina. Riposate in pace, piccoline!

Infatti, mentre mamma Antonietta giaceva in coma, in ospedale, sono stati mandate in onda delle telefonate private intercorse fra lei e quell’uomo da cui voleva separarsi, proprio per la sua violenza nell’ambito familiare e i suoi continui tradimenti. I social “si sono scatenati”, chiedendo: ma come è possibile violare la privacy in questo modo? Oltre tutto la violazione della privacy è punibile per legge. Chi ha dato quindi il permesso alla diffusione pubblica? Lui no di sicuro, in quanto si era già tolto la vita. Lei neppure, in quanto versava in gravi condizioni, in ospedale. Inoltre, orrore degli orrori…si sentiva la vocina della piccola Alessia, la voce di una bimba che era morta! Io mi sono associata a questa protesta ed ho subito scritto al presidente e al direttore della prima mittente che li ha mandati in onda, chiedendo chiarezza, anche sulla persona che ha passato queste conversazioni private ad una televisione.

Non mi hanno risposto; ma il giorno dopo la presentatrice di tale programma ha precisato che si trattava di un “documento giornalistico.” Peccato che vi avessero apposto la scritta “esclusivo”. Un pugno nello stomaco, perchè alla gente non credo interessi tanto se l’esclusività di una simile tragedia sia da attribuirsi a questa o a quell’altra emittente commerciale. Non cito il nome, non per timore di una querela, in quanto è tutto documentato ( anche le reazioni dei telespettatori indignati per tale messa in onda), ma perchè subito dopo le suddette registrazioni sono state fatte girare da altri mezzi di stampa; a questo punto a parer mio colpevoli pure loro! Quindi la mia critica, la mia feroce critica, è rivolta a tutti. I veri documenti giornalistici d’informazione sono ben altri e non puntano sullo share! Soprattutto conoscono la pietà umana.

chi, invece di rispettare il dolore, lo rende spettacolo, lo strumentalizza.

Pensate che nel momento in cui sono state mandate in onda Antonietta era sedata, in stato di incoscienza e non sapeva ancora della terribile fine che avevano fatto le sue creature! In quei momenti giravano già le sue conversazioni con il marito! A quale scopo? E soprattutto, ripeto, quale sarebbe il valore giornalistico di questa esclusiva? Dimostrare come la donna rimanesse calma davanti alle richieste dell’uomo di vedere le figlie? Brava, Bravissima. Un esempio. Tuttavia era proprio necessario mandare in giro un documento privato, e ripeto, con il permesso di chi? Dei familiari? E’possibile che i miei figli, fratelli, parenti, amici, se fossi ricoverata in ospedale, potrebbero passare ai media i messaggi privati o registrazioni telefoniche mie? Con che diritto? Se io non voglio, l’ospedale non potrebbe neppure informarli della patologia di cui potrei soffrire.

Vorrei sapere che cosa ne pensano la questura, la procura, i carabinieri, insomma, tutte quelle istituzioni per cui io nutro la massima stima e rispetto. Mi chiariscano loro il motivo di questa mancanza di rispetto verso una donna che magari non sarà d’accordo, ora che si è svegliata dal suo sonno profondo, ed ha appreso della morte delle sue bambine. E come potrebbe esserlo sapendo che per giunta la voce della sua Alessia, minorenne, è stata diffusa via vari canali televisivi? Come poteva essere stata lei a permettere una tale ignominia? Al risveglio dal coma non poteva neanche parlare, quindi era persino incapace di opporsi. Questa è vera e propria PREPOTENZA UMANA E GIORNALISTICA.

Quando ho scritto alla redazione della prima emittente che ha fatto questo passo, speravo che almeno non avrebbero continuato su questa strada; mi ero illusa! Sono andati avanti anche il giorno dopo, con una seconda ESCLUSIVA dell’orrore. Perchè io ci vedo solo, lo ripeto per l’ennesima volta, una grande mancanza di rispetto, un atto che viola la privacy; non certo un valore aggiunto verso la lotta al femminicidio, la violenza sulle donne e a livello familiare. In quanto non era accompagnato da alcun commento di psichiatri, psicologi, giornalisti professionisti che da anni si occupano di casi del genere, forze dell’ordine, ecc. Solo in questo caso, con un dibattito ad alto livello, si possono affrontare questi temi, secondo me.

Certi particolari, come, appunto, la vocina di una bimba massacrata dal padre, resi pubblici senza neanche il permesso della madre, sono veramente così utili, tanto da calpestare i diritti, la dignità, il dolore di quella povera donna che svegliandosi dal coma ora deve affrontare anche questo giornalismo dell’orrore? Non bastava dare la notizia? Bisogna per forza raccontare anche la dinamica del delitto in ogni efferato particolare? Non c’è bisogno di vederle, certe cose, di sentirle.

Rispettate le lacrime di chi soffre.

Per questo i telespettatori hanno protestato sui social, più intelligenti e meno morbosi di quanto si pensi. E lo share non è salito, come forse si sperava, ma sceso; soprattutto rispetto a programmi come Il segreto, Amici, Uomini e donne, che non danno esclusive ma raccontano solo e semplicemente “favole” o spaccati di vita sociale. Mi chiedo che cosa ne pensino i pubblicitari; io non spenderei un centesimo in reclame da mandare in onda in programmi e giornali che vogliono a tutti costi vendere, vendere, vendere, sulla pelle dei più deboli. Anche se i programmi trasgressivi un pubblico trasgressivo… lo trovano sempre, al di là di ogni etica e morale.

Complimenti invece a Marco Liorni che alla Vita in diretta ha parlato di questa tragedia senza esclusive clamorose, con tanta empatia, discrezione, vero dolore ( anche in questi casi si vede chiaramente chi è partecipe al dolore altrui o chi finge per aumentare…gli indici d’ascolto!).

Questo è il vero giornalismo che informa in modo corretto ed efficace. Ve lo dice proprio una giornalista che non è mai scesa a compromessi nello svolgimento della sua professione, anche quando conducevo un programma televisivo. Mai ho voluto fare interviste pescando nel torbido, pagando gli intervistati per avere “esclusive,” facendo domande impietose. Forse per questo nessuno ricorda il mio nome; eppure basta cliccarlo su wikipedia, leggere nel mio sito alcune delle mie migliaia di articoli scritti, in quasi 40 anni di professione e pubblicati su settimanli e quotidiani nazionali.

Una volta, quando conducevo una trasmissione a Telealtomilanese il mio direttore mi disse di intervistare un bimbo massacrato di botte dalla madre; quando lo vidi, in ospedale, non mi usciò la voce per fargli ..neanche una sola domanda! Come potevo chiedergli i particolari di quelle violenze subite? Anche il cameraman abbassò la telecamera. Non ce la faceva neanche lui, caro collega, amico umano! Lo abbracciai, giocai con lui, corsi a comprargli un regalino. Poi tornari in sede senza il servizio. Per fortuna il direttore ci capì. Ma erano altri tempi. Eravamo una piccola televisione: tuttavia non saremmo mai scesi a compromessi per crescere in visibilità e guadagnare soldi. Non in questo modo. E ne vado fiera.

Ora purtroppo, per diventare famoso devi chiamarti Vittorio Sgarbi, oppure, per esempio, Barbara D’Urso e Luciana Littizzetto (anche se quest’ultima mi è simpatica), i quali si credono tanto divertenti e giovincelli… usando continuamente termini come “idiota, merda, caz..o, cacca, tette, bocce, culo.” E ora scusatemi voi, cari lettori, per averle ripetute, ma è stato…tanto per darvi l’idea di come i loro “dialoghi” siano di livello, educazione, classe. Anche qui evito la querela, perchè sto solo riportando le loro parole; non insultandoli. Detto questo odio i termini “esclusiva- in diretta solo per voi- tette” ripetute continuamente. Mi piacciono le persone che danno del “lei”, e mi fanno tristezza gli uomini e le donne, che superati i 60 anni vogliono a tutti i costi dimostrarne 20 di meno.

Infine non voglio gli indici d’ascolto, io voglio essere ascoltata come giornalista. E portare avanti la mia battaglia contro la violenza di chi risponde all’amore con un pugno: inoltre contro certi media, televisivi, cartacei e su internet che mi disgustano per la loro invadenza, oltre ogni limite della solidarietà e sensibilità umana.

Per concludere e descrivere compiutamente tutto ciò uso la bella definizione che il grande cantautore Albano Carrisi ha adoperato durante una recente intervista che gli ha fatto Fabio Fazio, a Che tempo che fa, su Rai uno, che compendia il mio pensiero e condivido, come lui ben sa: “i barbarismi del gossip!”

La Pasqua è la festa della resurrezione. Allora una preghiera per le povere Alessia e Martina che adesso saranno sicuramente in cielo. Tanto coraggio alla loro mamma Antonietta e un invito a tutti di lasciarla in pace con il suo dolore. Mi auguro che ce la faccia a sopravvivere con una simile, devastante sofferenza. A lei e alle sue bimbe, lassù, vada il nostro più tenero abbraccio.

Con la speranza che mai più, mai più vengano ignorate o sottovalutate le denunce e le richieste d’aiuto di tante donne che vivono di paura.

Maria Cristina Giongo
CHI SONO

www.mariacristinagiongo.nl
https://it.wikipedia.org/wiki/Maria_Cristina_Giongo

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Editoriale di aprile. Lo struzzo, l’uccello più stupido del mondo, che fa le uova più grandi. La sua unghia è un’arma letale; ti uccide. http://www.ilcofanettomagico.it/2018/04/01/editoriale-di-aprile-lo-struzzo-luccello-piu-stupido-del-mondo-che-fa-le-uova-piu-grandi/ http://www.ilcofanettomagico.it/2018/04/01/editoriale-di-aprile-lo-struzzo-luccello-piu-stupido-del-mondo-che-fa-le-uova-piu-grandi/#comments Sun, 01 Apr 2018 06:00:49 +0000 http://www.ilcofanettomagico.it/?p=27918

Oudtshoorn, Sudafrica, gennaio 2018. Foto Hans Linsen

Cari amici, vicini e lontani,

oggi inizia un altro bel mese che porta al risveglio totale della natura, alle gemme sugli alberi, i primi timidi fiori già sbocciati in primavera, la Pasqua con il suo significato ricco di speranza, in quanto è il simbolo della Resurrezione. E Resurrezione significa proprio rinascere. Niente muore e niente si distrugge per sempre. A proposito di Pasqua e quindi …. di uova, dedico il mio editoriale di aprile allo struzzo.

Oudtshoorn (Sudafrica) Gennaio 2018. Delizioso questo struzzo appena nato. Dei pulcini si occupa tutta la comunità, per difenderli dai pericoli e dai predatori, sino al momento in cui sono in grado di cavarsela da soli. Foto Hans Linsen.

Ho incontrato tanti struzzi durante una mia recente vacanza in Sudafrica, anche allo stato brado; a Capo di Buona Speranza, anche lungo la spiaggia. Lo struzzo è l’uccello più grande del mondo e, proprio a causa delle sue dimensioni e del suo peso, che arriva a raggiungere 120, 150 kg., non è in grado di volare. Ma di correre sì! Infatti è velocissimo, raggiunge i 70 km/h.

E’ buono, se non viene molestato (soprattutto mentre cova le uova). Ma poco intelligente. Il suo cervello è più piccolo dei suoi dolci occhioni. Un ranger mi ha raccontato che spesso si accovaccia e poi si alza di colpo, per poi sedersi nuovamente per terra; questo per il fatto che…non si ricorda il motivo per cui si era alzato! Così corta la sua memoria, così piccino il suo cervello!

Oudtshoorn (Sudafrica), gennaio 2018. Mamma struzzo sta covando le uova. Accortasi della nostra presenza sta dando chiari segni di nervosismo ( si nota dalla bocca aperta che mostra la lingua diventata rossa), per invitarci ad andarcene via. Sono tanti gli allevamenti di struzzi in questa zona. Foto Hans Linsen.

Il piumaggio del maschio è bianco e nero, delle femmine grigio-marrone. Non si deve pensare che si uccidano gli struzzi per usare le caratteristiche penne per guarnire e creare abiti, mantelle, cappellini, scialli, piumini, ecc. In questi casi si usano quelle che cadono durante il ricambio stagionale. Altro discorso per la carne considerata molto prelibata e leggera, ottima per abbassare il colesterolo alto. E per la pelle con cui si fanno borse pregiate.

Mai far arrabbiare uno struzzo e soprattutto, come ho precedentemente accennato, disturbare la femmina durante la covata, che avviene durante il giorno; mentre il maschio cova di notte. Infatti gli struzzi possono uccidere con un solo calcio; hanno un’unica, lunga unghia, tagliente ed affilata con cui possono squartare una giraffa dal collo sino alle zampe.

Oudtshoorn ( Sudafrica). L’unghia dello struzzo è un’arma mortale. Foto Hans Linsen.

Gli struzzi vivono in media 40, 45 anni. E… sapete perchè si dice a chi digerisce tutto che “ha lo stomaco di struzzo?” Perchè questo pennuto, come tutti i suoi simili senza denti, mangia proprio di tutto; pure i sassi (fino a quasi un chilo di peso per individuo adulto). Una volta ingoiati, i sassi aiutano la triturazione del cibo ingerito intero nello stomaco.

Capo di Buona Speranza ( Sudafrica), gennaio 2018. Uno struzzo intento a cibarsi di sassi. Foto Hans Linsen

Come al solito, la natura non finisce di stupire, per la sua perfezione e creatività nell’adattarsi.

Considerato che un uovo arriva a pesare anche 3 Kg. Vi auguro una Pasqua serena all’insegna di uova giganti!

L’uovo di struzzo, il più grande del mondo.

Auguri di cuore dalla vostra, come sempre vostra affezionata,

Maria Cristina Giongo
CHI SONO

Le fotografie sono di Hans Linsen.

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Hanno collaborato a questo numero, i redattori:

Imma Paone
Pietro Pancamo
Mauro Almaviva
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Direzione:
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Assistenza tecnica:
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Il poemetto in prosa di marzo: “Come un bimbo già torpido di rancore” http://www.ilcofanettomagico.it/2018/03/27/il-poemetto-in-prosa-di-marzo-come-un-bimbo-gia-torpido-di-rancore/ http://www.ilcofanettomagico.it/2018/03/27/il-poemetto-in-prosa-di-marzo-come-un-bimbo-gia-torpido-di-rancore/#comments Tue, 27 Mar 2018 06:00:24 +0000 http://www.ilcofanettomagico.it/?p=28045 640px-SGR_1806-20_108536main_NeutronStar-Print1

Una stella di neu(t)roni

 

“Irritazione violenta, spesso incontrollata, provocata da gravi offese, contrarietà o delusioni; oppure sorda e contenuta, dovuta a sdegno o dispetto, senso di impotenza o anche di invidia”.
Cari amici del «Cofanetto», quando si parla di rabbia, alla definizione del vocabolario (quella che avete appena letto), io preferisco di gran lunga la mia descrizione (quella, cioè, che state per leggere).


 

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Un urlo di rabbia

 

COME UN BIMBO GIÀ TORPIDO DI RANCORE

Come un bimbo già torpido di rancore, sono esploso all’ennesimo insulto, per collassare, lo vedi, sul sistema nervoso (ovvio: è il mio nucleo…). Così ora di tutto il mio essere non resta che poco: una stella di neuroni. Ecco perché mi trovo qui ad orbitare (in rotazione martellante) attorno al mio asse o diametro d’odio. E circondato da giorni rimasti lontano, all’orizzonte murato (cioè la finestra) d’una stanza (la mia) inscritta nel buio, vortico frastornato nella mia notte infinita (o magari… solo inconcludente).

Pietro Pancamo
CHI SONO

 
 
 
 

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Invito a cena con sorpresa! http://www.ilcofanettomagico.it/2018/03/18/invito-a-cena-con-sorpresa/ http://www.ilcofanettomagico.it/2018/03/18/invito-a-cena-con-sorpresa/#comments Sun, 18 Mar 2018 05:00:26 +0000 http://www.ilcofanettomagico.it/?p=28024

Foto di Chris Bethell, foto estrapolate dalla storia di Oobah Butler
che ha ispirato questo articolo

Qualche giorno fa ho sentito per radio una storia che troverei geniale anche se fosse solo inventata.
Il fatto poi che sia stata presentata come vera, me l’ha resa irresistibile, soprattutto come simbolo di quella parte di mondo alla quale ci ritroviamo in tanti ad appartenere.
Quella parte di mondo che si rivolge al web anche più volte al giorno, per informarsi, aggiornarsi, fare acquisti, chiedere pareri, contattare amici e conoscenti, cercare indirizzi, numeri telefonici, destinazioni per le proprie vacanze…

Provo a raccontarla a modo mio.

Insomma c’è questo giovane giornalista inglese che dopo aver fatto un po’ di tutto per sopravvivere, si mette in testa una idea meravigliosa. Cercare lo scoop sperando di riuscire a farlo sufficientemente grosso da permettergli di uscire dall’anonimato e magari permettersi anche di andare a vivere in una casa vera.

Al momento infatti non se la passa un granché, e ha trovato alloggio presso una specie di capanno degli attrezzi nel giardino di una casa di un conoscente.

“The shed at Dulwich” di Oobah Butler

Pensa che ti ripensa si ricorda che, qualche tempo prima, per raggranellare qualche sterlina qualcuno gli aveva commissionato false recensioni a pagamento, da pubblicare su TripAdvisor, il celeberrimo portale di recensioni a tema turismo e dintorni. Qualcuno doveva aver pensato che costa meno pagare una recensione che offrire il pasto al recensore, e dunque ecco un lavoretto perfetto per chi ha fantasia e scrive in modo chiaro e convincente.

Se è facile pubblicare false recensioni di veri ristoranti (e anche efficace, visto che il nostro si era accorto che molti ristoranti da lui recensiti avevano poi scalato le classifiche del gradimento), cosa poteva succedere se anche il ristorante fosse stato falso, come le recensioni?

La faccio breve: in sei mesi il suo ristorante, ambientato virtualmente nel capanno dove il fantasioso giornalista aspirante-famoso vive, passa dalla ovvia posizione di oltre 18millesimo (ah, non avevo ancora detto che la storia è ambientata a Londra, vero?), a, udite udite, PRIMO!!! Avete capito bene: primo in classifica, ovvero in assoluto il miglior ristorante di Londra!!! E non ha mai servito un pasto, nessuno ci è mai entrato, le pietanze immortalate nelle foto sono realizzate a base di spugne, vernice e schiuma da barba, l’indirizzo è senza numero civico, perché il ristorante è indicato come “solo su prenotazione”, e ovviamente al telefono la risposta è invariabilmente che non c’è un tavolo libero per diversi mesi a venire. La sfida è completata dal nome del ristorante inesistente: “THE SHED AT DULWICH”, ovvero “Il capanno a Dulwich” (che è il sobborgo di Londra dove il nostro vive).

“The shed at Dulwich”, al primo posto!

La storia ha un lieto fine. Almeno secondo me. Raggiunto il top della classifica, e dopo 15 giorni incredibili e infernali durante i quali tutti vorrebbero pranzare o cenare allo “Shed”, ma anche magari lavorarci e non solo come camerieri, ma addirittura come maître e chef, o almeno collaborare a titolo di testimonial, Oobah (si chiama così l’ideatore dell’esperimento) decide di chiudere in bellezza, con una cena da incubo, offerta gratuitamente con la scusa che durante la serata verrà girato un video promozionale, e durante la quale succede di tutto. Il che comunque non scoraggia quasi nessuno, e c’è anche chi chiede di prenotare per poter tornare.

Poi Oobah Butler chiude tutto e pubblica l’articolo nel quale racconta tutta la vicenda.
TripAdvisor si giustifica dicendo che loro sono sì attrezzati per verificare la correttezza delle recensioni ma non per controllare l’effettiva esistenza dei ristoranti, visto che, secondo loro, solo i giornalisti sono interessati ad esperimenti del genere.

——

Perché ho pensato che questa storia meritasse di essere raccontata? Per più di un motivo.

Per cominciare, l’articolo rivelatore di Oobah è dell’8 dicembre del 2017 e a me sembra che la vicenda abbia avuto pochissimo risalto, almeno qui da noi. Non è quantomeno curioso che io ne abbia sentito parlare per caso solo per radio e solo qualche giorno fa? Non sembrerebbe una notizia di quelle da far impazzire la rete, e in cascata i tg e i giornali? A voler viaggiare con la fantasia si potrebbe anche favoleggiare di un qualche spontaneo meccanismo di autoprotezione della rete stessa da ciò che ne possa se non proprio minacciare, almeno in piccola parte minare la credibilità.

Inoltre, la giustificazione di TripAdvisor è veramente esemplare. Noi, in pratica affermano, verifichiamo che le recensioni siano vere (visto che la nostra reputazione si basa su quello); il nostro mestiere non è mica controllare i ristoranti; a quello pensano i nostri recensori; se poi qualcuno in vena di scherzi e con molto tempo da perdere si prende la briga di inventare un ristorante, dotarlo di un sito con false foto e passare le sue giornate a rispondere al telefono che è sempre tutto prenotato, noi cosa ci possiamo fare?

Foto di Chris Bethell, alcuni finti piatti dell’inesistente ristorante

Il che potrebbe anche essere accettabile, se non fosse per il piccolo dettaglio che quel ristorante inesistente diventa in sei mesi primo nella speciale classifica di TripAdvisor, ovvero nella classifica elaborata basandosi sui voti espressi nelle recensioni.
Mica da diciottomillesimo cresce fino a diecimillesimo poi cinquemillesimo… no, qui stiamo parlando di arrivare all’ambitissimo primo posto!

E allora? Allora a me sembra chiaro che qualcosa non torna. Però anche io, come Oobah, voglio essere positivo, e dunque mi piace arrivare a questa conclusione. Questo è il mondo di oggi. Possiamo provare a difenderci? Secondo me sì. In che modo? Usando il sano, vecchio e sempre più utile buonsenso. Possiamo considerare un ristorante IL MIGLIORE su oltre 18mila solo perché c’è un sito che raccoglie recensioni più o meno verificate che lo affermano? E questo può determinare la nostra scelta? O può magari solo influenzarla, suggerendoci di cercare tra i nostri amici (veri e non virtuali) qualcuno che in quel ristorante ci sia veramente andato? Tanto se è il migliore, qualche notizia di prima mano la si troverà, no? E lo stesso può valere per un libro, per un film, per un viaggio. La rete è uno strumento che ci facilita moltissimo la vita, ma pur chiamandosi rete non protegge dalle cadute noi “trapezisti” se ci riveliamo troppo incauti.

Il web raccoglie miliardi di pareri e opinioni e ce li spiattella tutti alla pari, tutti apparentemente livellati in quanto ad autorevolezza e credibilità. Sta a noi imparare a distinguere, così come facciamo spesso istintivamente, a colpo d’occhio, quando in poche frazioni di secondo decidiamo se fidarci o meno di chi abbiamo fisicamente di fronte.

La conclusione, la lascio proprio ad Oobah Butler, diventato ora finalmente un quasi famoso giornalista, che conclude così il suoi articolo disvelatore:

Eccoci qua: ho invitato delle persone a mangiare in tavoli a caso fuori dal mio capanno, e se ne sono andate pensando che fosse davvero il miglior ristorante di Londra, basandosi esclusivamente su TripAdvisor. Se volete, potete vederla in modo cinico-sostenere che la risonanza di internet è talmente forte che le persone non riescono a usare in modo appropriato i sensi o il cervello. Ma a me piace essere positivo. Se sono riuscito a trasformare il mio giardino nel miglior ristorante di Londra, tutto è davvero possibile.

A questi link trovate, in italiano e in inglese, l’intera storia scritta da Oobah Butler e pubblicata dal sito VICE. Leggetela, è briosa e scritta molto bene e ne vale veramente l’impegno.

Per chi volesse approfondire aggiungo anche alcuni altri link tra cui quello che rinvia ad un analogo esperimento realizzato in Italia qualche anno fa.

E’ tutto molto divertente e soprattutto istruttivo, e a mio parere contribuisce a migliorare la comprensione di questo mondo nel quale ci siamo trovati un po’ all’improvviso a vivere, senza aver ricevuto nessun libretto di istruzioni.

www.vice.com/it/article/mb9e84/ho-trasformato-il-mio-capanno-nel-ristorante-migliore-di-londra-su-tripadvisor

www.vice.com/en_uk/article/434gqw/i-made-my-shed-the-top-rated-restaurant-on-tripadvisor

www.italiaatavola.net/media/stampa-web-tv-e-app/2017/12/12/tripadvisor-battuto-giornalista-ristorante-migliore-londra-non-esiste/53489

www.italiaatavola.net/articolo.aspx?id=40173

www.dissapore.com/ristoranti/tripadvisor-e-al-primo-posto-di-londra-ma-non-esiste/

www.tpi.it/2017/12/07/ristorante-inesistente-londra-primo-su-tripadvisor/

Paolo Pagnini

Paolo Pagnini è nato, legge, scrive e vive a Pesaro.
Osservatore attento e curioso, si lancia in spericolate sperimentazioni nei più diversi settori: dalla comunicazione allo spettacolo, dalla radiofonia alla fotografia, dal commercio alla ideazione e promozione di iniziative turistiche, culturali e artistiche.
Aggiorna quotidianamente il suo profilo facebook e frequentemente il sito web e risponde con estrema sollecitudine a messaggi in cinque diverse tecnologie.

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Intervista a Jah Farmer & Nah Deal , il reggae a Napoli. http://www.ilcofanettomagico.it/2018/03/12/intervista-a-jah-farmer-nah-deal-il-reggae-a-napoli/ http://www.ilcofanettomagico.it/2018/03/12/intervista-a-jah-farmer-nah-deal-il-reggae-a-napoli/#comments Mon, 12 Mar 2018 05:51:31 +0000 http://www.ilcofanettomagico.it/?p=27869 Questa volta non sono nella mia solita veste di medico veterinario, come da anni ormai mi conoscete e seguite con i miei racconti e con la mia rubrica sui nostri piccoli animali, ma più semplicemente come una fan, appassionata di musica e di spettacolo, intervistatrice ( ruolo per me insolito e decisamente non semplice ).

Durante una serata con amici, per la prima volta ho incontrato, in un piccolo locale nel centro storico di Napoli, una band di musica reggae, la Nah Deal.

....

Jah Farmer

Conoscevo ben poco della musica reggae, abituata ad ascoltare il rock ed il pop, ma ascoltai con interesse l’intero live e rimasi incantata dalla performance del cantante ( Jah Farmer ) che, alla fine dello spettacolo, andai a conoscere personalmente, ringraziandoli per l’energia positiva che mi avevano trasmesso.

Ho chiesto loro una intervista per farli conoscere anche a voi attraverso il web e sperare che suscitino in voi lo stesso interesse per questo genere musicale e per la band soprattutto, che hanno creato in me.

I: Nah Deal Production, una reggae label indipendente napoletana con ambizioni internazionali, innanzitutto cosa significa nah deal? come e quando nasce?

ND: Nah deal, in patwa jamaicano può significare tante cose, ma l’accezione che più ci rappresenta è sicuramente “zero compromessi” con le imposizioni e le prevaricazioni e che resta il nostro motto immortale.
Io (Jah Farmer, frontman della band) con Fyahstation ( Mc/ Medi insider ) abbiamo fondato Nah Deal Production nel 2012, dopo un lungo percorso fatto di amicizia, palchi, musica e dedizione.
Negli anni la family si è allargata ed oggi Nah Deal, è anche una potente riddim band che mi accompagna nei live shows ( *riddim è la traslazione gergale della parola inglese rhythm, quindi ritmo,  usato nella reggae/dancehall music e si riferisce alla parte strumentale di una canzone ).

I: Perchè hai scelto di suonare e cantare la musica reggae e soprattutto quanto è presente nello scenario musicale napoletano?

ND: Mio padre è un noto musicista e a casa mia si è sentita sempre e solo black music, dal funky ad, appunto, reggae music. Sono cresciuto amandola. Ho iniziato a 16 anni con un progetto dub. A circa 19 anni ho avuto la fortuna di parlare e confrontarmi con persone molto più addentrate di me nella cultura reggae e soprattutto in quella Rastafarian, persone che hanno cambiato la mia vita, ed oggi sono quasi 20 anni che il mio cuore batte in levare e che dedico canzioni all’imperatore, alla spiritualità..alla rivolta.
I: Il video del tuo ultimo tuo singolo, Supaweapon, è stato trasmesso in heavy rotation su una importante televisione nazionale giamaicana, RETV (Reggae Entertainment TV) ed oggi con Supaweapon riddim siete sulle fanzine online di tutto il mondo e su tutti i portali di settore. Siete felici di questi risultati?
ND: Non avremmo mai saputo del passaggio del nostro video su RETV, se non fosse stato per un nostro amico jamaicano, anche lui cantante, che una mattina ci inviò un video fatto dal suo cellulare mentre in tv veniva trasmessa la nostra tune.
Una gran bella emozione considerando che noi non avevamo nessun contatto diretto con questa emittente. Siamo molto soddisfatti ed orgogliosi di questi risultati raggiunti esclusivamente con le nostre forze e felicissimi dei feedback che stiamo ricevendo da molti addetti ai lavori e dal pubblico internazionale che ha apprezzato moltissimo la nostra release.
I: Durante il vostro ultimo viaggio in Jamaica, Jah Farmer si è esibito al fianco di Warrior King ( noto cantante jamaicano, noto ai caraibi ed a livello internazionale per la sua musica incentrata su messaggi sulla educazione e sulla donna ) sul palco del Roots Bamboo, che emozioni avete provato e come ha reagito il pubblico giamaicano alla tua performance?
ND: Non ringrazierò mai abbastanza Warrior King per il supporto e per l’occasione che mi ha dato.
Essere invitato sul palco da un artista così importante è stato molto emozionante, abbiamo cantato assieme su un beat nyahbinghi (* Nyahbindhi è un ritmo suonato con le percussioni, molto spirituale, che prende il nome dal più antico ordine del Rastafarianesimo ) e la risposta del pubblico è stata a dir poco infuocata, di sicuro un momento che per me rimarrà indelebile negli anni.
I: Il vostro live show è una scarica di energia ed adrenalina, dal new roots al dub, fino alla dancehall, dai testi inneggianti a Rastafari, a testi di rivolta e riscatto, come definireste le vostre live performances ?
ND: La musica dal vivo è sicuramente uno dei vettori principali per il messaggio della reggae music e se sei motivato da quel messaggio, se quel messaggio racchiude tutto ciò per cui hai sempre vissuto, il palco diventa ogni volta il momento più importante della tua vita. Sul palco diamo il massimo, cercando di non interrompere mai il feeling con il pubblico, non ci risparmiamo, in uno show di impatto e pieno di good vibrations.

....

Nah Deal

I: Sapendo che generalmente nei testi delle canzoni, ed in particolare in quelle reggae, si cerca di trasmettere un messaggio di ingiustizia, di violenza, di povertà, quale è il messaggio che volete comunicare con Supaweapon, spiegando in primis cosa significa questo termine.

ND: Supaweapon significa letteralmente ” super arma “. La reggae musica stessa è stata definita ” un’ arma ” da tantissimi artisti nel corso degli anni. Un’arma che colpisce forti le fragili ma radicatissime fondamenta di babyloniacon con liriche che vanno a scuotere le coscienze di chi dorme, e di chi non ha ancora capito che la Supaweapon, quella risolutiva, siamo noi. La reggae music è la nostra supaweapon, ” un’arma che sa colpire forte…senza far sentir dolore “. ( B. Marley )
I: Quali sono le prossime sorprese targate Nah Deal ?
ND: Siamo già al lavoro per il prossimo singolo di Jah Jarmer dal titolo Rozeen e stiamo organizzando le riprese del video che lo accompagnerà.
Vi anticipiamo solo che sarà la prossima ganja anthem e che abbiamo già in mente alcuni artisti da coinvolgere per la release del prossimo riddim.
Speriamo di vedervi presto ad un nostro show, continuate a seguirci sui nostri canali social.
https://www.facebook.com/NAHDEALREC/
https://soundcloud.com/nahdealprod

 

....

Io ringrazio ancora una volta Jah Farmer , per il tempo che mi ha dedicato e soprattutto per l’energia che ci regala con la sua bella musica e voglio aggiungere che, oltre ad essere una bellissima persona con la quale è stato molto piacevole chiacchierare, è veramente molto modesta, visto che ha omesso di raccontare che ha già lavorato con importanti artisti quali : Laza Morgan, Ras tewelde, Asante Amen, Peter Lloyd e Luciano ( vera e propria leggenda vivente della reggae music ).

CHI SONO

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Rampina, una favola dei nostri giorni (3° episodio) http://www.ilcofanettomagico.it/2018/03/08/rampina-una-favola-dei-nostri-giorni-3-episodio/ http://www.ilcofanettomagico.it/2018/03/08/rampina-una-favola-dei-nostri-giorni-3-episodio/#comments Thu, 08 Mar 2018 05:00:43 +0000 http://www.ilcofanettomagico.it/?p=27908

Immagine realizzata da Marica Caramia, ispirata dalla
favola di Rampina di Valentino Di Persio

L’uscita del terzo episodio di Rampina coincide con la Giornata Internazionale della Donna, meglio conosciuta come “Festa della Donna“. In realtà quella di oggi non è una festa per gioire. Si tratta piuttosto di una protesta contro ogni forma di violenza sulle donne e contro ogni forma di disuguaglianza nei loro confronti. Oggi è anche l’occasione per ricordare e ribadire i diritti acquisiti, con forza e con coraggio, dalle donne dagli inizi del secolo scorso. Rampina, da femminista convinta qual è, sin dalla nascita, si unisce al coro di auguri di tutta la redazione, direttrice in testa, de “Il Cofanetto Magico“. Buona lettura!
Valentino

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La provvidenza vede e… provvede

Per tenere Rampina al sicuro, con Luigi avevamo deciso di farla stare, almeno di notte, in una piccola stalla annessa ad una casa rurale appiccicata alla mia. Anche se non faceva più freddo, non potevamo lasciarla fuori in balia dei lupi. Sarebbe stata una preda facile per loro. Era ancora troppo debole ed ingenua per potersi difendere. Li avevo già sentiti ululare la notte, nelle vicinanze. Rabbrividivo al solo pensiero dello scempio che un branco affamato avrebbe potuto fare di lei.

La scelta di quel rifugio presentava molteplici aspetti positivi: comodità, praticità, sicurezza, etc. Era ed è ancora, una costruzione in pietra, abbastanza sicura, refrattaria alle molteplici scosse di terremoto degli ultimi anni ed anche alla desolazione dell’abbandono. Conservo ancora nitidi ricordi di quando quella dimora ed altre, alcune demolite o ridotte in macerie, erano abitate da famiglie numerose. Ben presto, però, a partire dagli anni ‘50, divenne graduale e costante l’abbandono di queste zone montane.
I giovani in particolare, partivano pieni di entusiasmo alla ricerca di fortuna e prospettive di vita migliori, chi per Roma, chi per il nord Italia o altri paesi europei. Intere famiglie si trasferivano addirittura oltre oceano, in Argentina, in Canada, negli USA, con il sistema dell’atto di richiamo di un famigliare partito precedentemente. Nemmeno io feci eccezione. Godevo della fiducia incondizionata dei miei genitori e non mi ci volle molto per convincerli a lasciarmi partire. Dalla mia parte avevo un’arma di persuasione infallibile. Volevo studiare a tutti i costi. Questa mia grande aspirazione metteva in crisi le coscienze dei miei familiari per i disagi ed i sacrifici cui avrei dovuto far fronte. Mi sarei dovuto alzare ogni mattino alle cinque per andare a prendere l’autobus, detto “La Postale” che da Ofena conduceva a Pescara, percorrendo l’allora SS 602. La Postale, così chiamata perchè trasportava anche i sacchi della corrispondenza, si fermava, solo su richiesta, alla Cona, distante circa un chilometro e mezzo dall’Aravecchia, raggiungibile percorrendo un tortuoso tratturo fiancheggiato da una fitta vegetazione. Il percorso implicava l’attraversamento di un fiumiciattolo, “il fosso“, che, quasi secco nei mesi estivi, si gonfiava e dilagava a dismisura durante le piogge autunnali e d’inverno per lo scioglimento della neve. Sul “fosso” si narrava di incontri ravvicinati con fantasmi, streghe, serpenti e satiri dai piedi caprini, da fare accapponare la pelle. Avrei poi dovuto rifare il tragitto inverso nel tardo pomeriggio. Partii per Milano appena quattordicenne, con la classica valigia di cartone legata con lo spago, piena di speranze, di illusioni, mischiate agli odori delle tante cose che mia madre aveva disseminato di nascosto tra maglie e calzettoni di lana, mutande di fustagno ed il primo paio di jeans, mentre strazianti lacrime le solcavano il viso.
Alla stazione centrale di Milano c’era ad aspettarmi Sabatino, un amico più grande, partito due anni prima. Lassù mi aspettava anche il lavandino di una trattoria sempre colmo di piatti da lavare.

L’arrivo di Luigi mi distrasse da quel tuffo a ritroso nel tempo. “Hai altro cui pensare ora!” mi dissi, scacciando via il velo di triste nostalgia.
Per evitare che Rampina potesse allontanarsi o creare situazioni di pericolo per lei e per gli altri, recintammo un bel pezzo di terreno davanti alla stalla usando paletti di ferro ed una vistosa rete di plastica arancione.

Riguardo al suo nutrimento, mi ero documentato attraverso Internet. La puledrina avrebbe dovuto assumere dai quattro ai sei litri di latte al giorno, con graduale aumento fino ai tre mesi di vita, per poi iniziare un’alimentazione integrata con mangimi adeguati. Comunque, il primo mese, sarebbe stato cruciale per la sua sopravvivenza. Andava assolutamente scongiurato il pericolo di dissenteria che avrebbe potuto metterle a repentaglio la vita.

Comunque Rampina sembrava contenta della nuova sistemazione. Luigi aveva portato due balle di paglia per il giaciglio. Siccome la puledrina era tormentata senza tregua dalla mosche, cercai di ovviare al problema spalmandole dell’olio di semi sulle parti più sensibili.

Andavo a trovarla spesso anche al di fuori delle poppate. Appena mi vedeva mi veniva subito incontro traballante. Cominciai a farla camminare lungo la strada brecciata fino alla vecchia fontana per aiutarla a rinforzare lo zoccolo difettoso. Le camminavo a fianco per assecondarla nel suo andare incerto. Ogni tanto col muso frugava le mie tasche alla ricerca dello zucchero.

Senti un po’, signorina!– le dissi una volta –Cerca di non prenderti troppa confidenza, con me. Non dimenticare che io appartengo alla specie dominante, insomma la razza superiore, mentre tu sei…
Rampina si fermò di botto, come se mi avesse capito. Allungai la mano per accarezzarla, ma lei girò la testa dall’altra parte, offesa.
Ehi, ehi! Guarda che stavo scherzando. Mica dicevo sul serio!– la rassicurai abbracciandola stretta per il collo. Mi lasciava fare sorniona, mentre col muso cercava la mia mano.
Ho capito, con te sarà una battagliaccia impari, sul filo della psicologia raffinata. Ah, le femmine! Che genere meraviglioso che siete!
Riprese a camminarmi a fianco impettita, consapevole di aver già riportato una vittoria sulla razza dominante a solo pochi giorni di vita.

Mi resi presto conto che reperire giornalmente il latte fresco era un impegno gravoso anche sotto l’aspetto economico. La soluzione ottimale sarebbe stata quella di trovare un prodotto a lunga conservazione di buona qualità ad un prezzo equo. Iniziai a fare la ricerca di mercato nella zona.
E’ proprio il caso di dire che talvolta la provvidenza vede e provvede.
Davanti ad un negozio di generi alimentari di Civitaquana sostava, con lo sportello posteriore aperto, il furgone di una nota marca di latte. Attesi per qualche minuto l’arrivo del corriere al quale, dopo essermi presentato, gli dissi di Rampina e dei problemi per alimentarla. Mi ascoltava con interesse, ma impassibile. Quando ebbi finito, il tizio, senza dire nulla, tirò fuori dalla tasca posteriore il telefonino, schiacciò un tasto, e si allontanò di qualche metro. Iniziò a confabulare con qualcuno, senza darmi troppa importanza. “Forse sono stato inopportuno” pensai, mentre mi avviavo verso il negozio.
Ehi signore! Un attimo per favore.– mi apostrofò, facendomi segno con una mano di aspettare. Mi raggiunse quasi subito. –Mi stavo interessando per la puledrina. Amo gli animali e queste storie mi lasciano senza parole.– si giustificò. –Ho comunque buone notizie. La direzione mi ha autorizzato a darti subito tre cartoni di latte, mentre per i prossimi tre mesi potrai ritirarne l’occorrente in questo negozio ogni martedì, ovviamente senza pagare!– puntualizzò.
A nulla valse la mia insistenza di volere contribuire almeno in misura ridotta. Smentendo l’idea che mi ero fatto inizialmente di lui, il mio interlocutore si rivelò una persona socievole e sensibile. Lo invitai a venire a conoscere Rampina.
Verrò certamente con la famiglia. I bambini saranno felici di giocare con lei.
Sicuro! E’ già pressoché umana!– lo informai ridendo.
Ci scambiammo i numeri telefonici.
Lorenzo, si chiamava Lorenzo, quel benefattore.

Arrivato a casa propinai subito il nuovo latte a Rampina, la quale dopo un attimo di diffidenza, lo sorbì con ingordigia.

Fine del secondo episodio

Valentino Di Persio
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We vonden dit gehandicapte meisje in wanhopige toestand, uitgestrekt op de grond, met geïnfecteerde doorligwonden, de tenen aangevreten door muizen. http://www.ilcofanettomagico.it/2018/03/05/we-vonden-dit-gehandicapte-meisje-in-wanhopige-toestand-uitgestrekt-op-de-grond-met-geinfecteerde-doorligwonden-en-de-tenen-aangevreten-door-muizen/ http://www.ilcofanettomagico.it/2018/03/05/we-vonden-dit-gehandicapte-meisje-in-wanhopige-toestand-uitgestrekt-op-de-grond-met-geinfecteerde-doorligwonden-en-de-tenen-aangevreten-door-muizen/#comments Mon, 05 Mar 2018 06:00:39 +0000 http://www.ilcofanettomagico.it/?p=27876

Marion Voetman, met de kleine Yaay, van wie ze het verschrikkelijke verhaal vertelt, gelukkig met een goed einde, zoals jullie kunnen zien!

De afgelopen drie jaar ben ik in de winter enkele weken naar Gambia gegaan. Het was mijn wens om een keer iets alleen te doen, iets alleen te ondernemen, zonder hulp van anderen. Mijn man en ik runnen sinds 2010 een B&B in Le Marche, een prachtig, nog vrij onbekend gebied in Italië. We genieten er van om het onze gasten zo goed mogelijk naar de zin te maken, ervoor te zorgen dat zich thuis voelen. Tijdens zo’n zomer ontstond bij mij het idee om in de wintermaanden, de maanden dat onze B&B gesloten is, vrijwilligerswerk te gaan doen in een land waar de mensen in armoede leven, waar ze iedere dag moeten knokken om te overleven.

In 2016 ging ik er voor het eerst als vrijwilligster werken op een kleuterschool en een ochtend in de week hielp ik mee in een klas met gehandicapten en bracht ik regelmatig bezoeken bij de gehandicapten thuis.

Gambia; nog een mooi beeld van Marion Voetman met “haar kinderen”.

Zo heb ik Yaay leren kennen, een 14-jarig meisje, geboren met een waterhoofd en verlamde beentjes. In de steek gelaten door haar ouders, woonde ze samen met haar opa en oma en andere familieleden op een compound: liggend op de grond, in het zand, zo goed als zonder kleren in haar eigen uitwerpselen. Af en toe gooide iemand vanaf een afstandje een stukje vis of brood naar haar toe, dichterbij wilde niemand komen: ze stonk! Gelukkig hebben 2 Nederlanders, die over haar hadden horen praten, haar gevonden en zich over haar ontfermd en naar het ziekenhuis gebracht. Ze had een grote wond op haar billen waar de wormen uitkropen en een deel van haar tenen waren weggevreten door de ratten. Na een lange behandeling en een geweldige verzorging kan ik zeggen dat Yaay het nu redelijk goed maakt. Doordeweeks verblijft ze in een tehuis voor gehandicapten en gaat ze naar school; ze is (bijna) zindelijk en de afgelopen jaren is ze gegroeid tot een heel vrolijk, sterk en ontzettend dankbaar meisje

Nog een foto van Marion met Yaay, in 2016, altijd met een glimlach.

Het verhaal van Yaay is een van de vele verhalen die ik ken en meegemaakt heb, maar het heeft de meeste indruk op me gemaakt, me het meeste ontroerd. Ik ben me er weer bewust van geworden dat wij Europeanen van geluk mogen spreken dat we in Europa geboren zijn. Deze eerste ervaring, 6 weken Gambia, heeft veel indruk op me gemaakt. Ik heb veel mensen ontmoet, ik heb veel armoede gezien maar ik heb ook veel geleerd van de eenvoud waarop deze mensen leven: hun accepteren van het leven zoals het is, hun sterke wil om te overleven.

Thuisgekomen besefte ik dat ik meer voor deze mensen wilde doen en ben ik begonnen met de verkoop van onze eigen olijfolie, eigengemaakte bananino, limoncello en grote damigiane (grote wijnflessen). Met het geld dat ik hiermee ingezameld had en met vrijwillige donaties van vrienden, gasten en familie ben ik in februari 2017 teruggegaan naar Gambia. Deze keer had ik 2 doelen. Het eerste doel was het openen van een levensmiddelenwinkeltje voor Jatto en zijn familie. We hadden elkaar in 2016 al leren kennen. Jatto is getrouwd, heeft 4 kinderen en werkte hard om zijn gezin te kunnen onderhouden. Op een dag in 2015 kreeg hij tijdens het werk een ongeluk waarbij hij zijn heup brak. Hij werd naar een binnenlands ziekenhuis gebracht maar daar beschikte ze niet over de middelen en de kennis om hem te opereren. Voor een operatie zou hij naar Dakar, in Senegal, moeten maar aangezien er voor de operatie niet genoeg geld was besloten ze hem naar een neef in Tanji te brengen, een plek waar hij aan zou kunnen sterken en meer kans had op hulp van buitenaf.

Gambia: Jatto in zijn winkel, “Jatto’ shop”, gebouwd en gestart dankzij de hulp van geweldige mensen zoals Marion en anderen.

Hier leerden wij elkaar kennen en raakte ik, na het horen van zijn verhalen, vastbesloten om al het mogelijke te doen om hem te helpen. Op 6 februari 2017, de dag dat ik voor de tweede keer in Gambia kwam, beviel zijn vrouw van een tweeling. Hawa en Adama, een meisje en een jongen, respectievelijk 1 kilo en 1,5 kilo zwaar. Ze waren ontzettend blij maar na een week stierf het dochtertje Hawa. Wat een verdriet! Maar helaas ook nu weer waren er in het binnenland niet de juiste medicijnen en behandelingen voor prematuren. Enkele dagen later zijn Jatto en ik samen begonnen met het opknappen van de ruimte die we gehuurd hadden voor zijn levensmiddelenwinkeltje! Met deze winkel zou hij, ondanks zijn gebroken heup, toch zelf geld kunnen verdienen om voor zijn gezin te zorgen. Vanaf het moment dat we aankwamen met de winkelvoorraad kwamen de eerste dorpsbewoners al kopen. Op dit moment is hij weer geheel onafhankelijk, hij onderhoudt zijn eigen familie weer en heeft zelfs al een bankrekening geopend waarop zijn eerst verdiende geld staat.

Gambia. De familie over wie Marion Voetman hieronder spreekt. Arm, maar waardig.

Mijn tweede doel was het helpen van een familie die, tijdens mijn eerste verblijf in Gambia, iedere dag mijn aandacht trok als ik langs liep op weg naar school. Een arm gezin: zij bezaten niets maar dan ook echt niets! Geen stoel, geen tafel, geen pan, geen kleding buiten de kapotte kleren die ze droegen. In het hutje lagen slechts 2 kapotte stukken schuim waar ze met 7’en op sliepen. Het dak bestond uit kapotte golfplaten en er was niet echt een vloer: slechts zand. Het werk van de vader bestond uit het in palmbomen klimmen om de vruchten eruit te halen. Een gevaarlijk werk waarbij veel mensen omkwamen. De moeder vertrok iedere ochtend om 5 uur naar het strand om vis te kopen en te verkopen. Van de 5 kinderen kon er maar slechts een naar school, voor de anderen was geen geld.

Een bescheiden familie, zoals veel plaatselijke bewoners al dankbaar bij het krijgen van slechts een glimlach, die me in al die weken dat ik voorbij liep niet een keer om iets gevraagd heeft. Ik ben teruggegaan om ze te helpen. Als eerste hebben we het schoolgeld betaald voor de andere kinderen. Wat waren ze blij en trots toen ze de eerste dag naar school gingen met nieuwe kleren, nieuwe schoenen en een rugzak met schrift en potloden! Naar mijn mening is het belangrijkste wat je kunt doen om iemand een vooruitzicht op een betere toekomst te geven, de mogelijkheid geven om naar school te kunnen gaan! Verder hebben we nog enkele noodzakelijke dingen gekocht zoals o.a. 2 materassen, kleding, een zak rijst en andere benodigde levensmiddelen. Tenslotte hebben we geld achtergelaten voor het restaureren van het ‘hutje’.

De eerste schooldag voor de twee broertjes voor wie het schoolgeld betaald is.

Zoals ik al eerder zei, zoals deze verhalen zijn er heel veel verhalen en het is dan ook niet makkelijk te kiezen wie je wilt helpen, wie jou hulp het hardste nodig heeft. Ik vertrouw hierbij op mijn gevoel, ik volg mijn hart en kijk naar wie of wat er mijn aandacht trekt: maar voordat ik handel bespreek ik altijd alles met Alhagie, een Gambiaan en een van de oprichters van de stichting Future For Young People, om er zeker van te zijn dat het sponsorgeld dat we willen doneren goed besteed gaat worden.

Buiten deze 2 projecten betalen we nu het schoolgeld voor 11 kinderen. Het zou fantastisch zijn als deze kinderen in ieder geval de eerste 6 jaar lagere school af zouden kunnen maken. Voor € 45,– per jaar kan een kind naar school, iets wat hun toekomst zal veranderen!!

Het Nederlandse bankrekeningnummer (Rabobank) is:
NL41 RABO 0159 7915 88 t.n.v. H.H. Voetman e/o J.M.A. Voetman – Brekelmans

Het Italiaanse bankrekeningnummer (BCC Corinaldo) is:
IT 98 Z0873137330000110105972 t.n.v. Brekelmans – Voetman – il settimo borgo

Mocht U een donatie willen geven verzoeken wij U vriendelijk Uw naam te vermelden en aan te geven dat het om een donatie voor Gambia gaat.
Alvast heel hartelijk dank, ook uit naam van alle personen die U met Uw donatie ontzettend blij maakt.

Marion Voetman

Maria Cristina Giongo heeft mij gevraagd om mijn profiel te schetsen, dus hierbij!

Mijn naam is Marion Voetman, ik ben geboren in Nederland, sinds 31 jaar getrouwd met Herman en we hebben 3 kinderen, een dochter en twee zonen. In 2009 hebben we het roer omgegooid. We hebben ons huis in Nederland verkocht en zijn verhuisd naar Italië. Na wat op en neer gereisd te zijn tussen Italië en Nederland zijn we verliefd geworden op Le Marche, waar we het huis van onze dromen gevonden hebben! Een huis in Corinaldo, een prachtig Middeleeuws gehuchtje op 18 km van Senigallia aan de Adriatische kust, waar we met heel veel plezier Bed & Breakfast ‘il settimo borgo’ runnen van april tot november.

De complete familie Voetman!

De foto’s bij het artikel zijn met permissie, Marion Voetman

Proibita la riproduzione del testo e delle fotografie senza citare l’autore e la fonte di provenienza.
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