RIFLETTENDO SU GESU’

E…vi lasciamo una canzone; con tanti auguri di Buon Natale!

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Ecco un pensiero di Natale del giornalista scrittore Roberto Allegri,per farci sentire Gesù un po’più vicino a noi, in questo giorno così luminoso e pieno di significato.

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Cristo in croce di Diego Velazquez

La storia dell’arte è costellata di opere che aprono il cuore e il pensiero. Dipinti e sculture, non importa di chi e di quale epoca, che forzano la riflessione, che obbligano ad ascoltare la parte di noi più profonda, quella che molto spesso è la più vera e la più onesta. E Diego Velazquez mi spinge a pensare a Gesù.

Soprattutto un quadro datato 1631, conservato al Museo del Prado a Madrid. Raffigura Cristo sulla croce. E’ impressionante. Possiede una potenza visiva che toglie letteralmente il fiato. La testa di Gesù, ammantata da un alone di luce, è chinata in avanti. Gli occhi sono chiusi, i capelli scivolano verso il basso come i rivoli di sangue che scendono dalla corona di spine.

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Il volto di Cristo in croce di Velazquez

Il dipinto emette quasi un suono. Proprio così: sembra di sentire il grido del vento presente nelle tenebre che circondano la croce sul Golgota, lo si avverte fuoriuscire dal quadro come un solenne e lugubre lamento sospirato da tutti gli elementi per ciò che l’uomo ha fatto crocifiggendo il Figlio di Dio.

L’immagine fissata sulla tela da Velazquez è drammatica, straziante. Trasmette tutta l’atrocità del supplizio. Nonostante questo, l’espressione del viso di Gesù è incredibilmente serena. La sua non è la resa di un corpo ormai senza vita ma la solenne accettazione di un peso immane. Il Cristo di Velazquez dice: “Sì. Prendo su di me il peso di tutti i peccati degli uomini. Sì, lo accetto.”
La storia di Cristo è nota a tutti coloro che hanno letto il Vangelo. O anche che semplicemente amano l’arte. Ho citato il quadro di Diego Velazquez perché è uno dei miei preferiti. Ma Cristo è il soggetto più raffigurato in assoluto da duemila anni a questa parte. Tutti i più grandi pittori si sono misurati con lui e lo hanno ritratto. Da Giotto a Leonardo, da Michelangelo a Mantegna, da El Greco a Francisco Goya, per citarne alcuni.

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E non solo i pittori, ma anche gli scultori, i poeti, i romanzieri, i musicisti hanno ritratto a modo loro, con note o parole, la figura di Gesù. Persino i registi di cinema, fin dall’inizio di questa forma d’arte moderna, hanno saccheggiato dalle sacre scritture raccontando in numerosi film il percorso del figlio di Dio nel mondo: da “Il re dei re” di Cecil B. De Mille del 1927 alla “Passione di Cristo” di Mel Gibson del 2004, che tanto ha fatto discutere.

Tutti grandi racconti, tutti straordinari capolavori che aiutano a immaginare come possa essere stata l’esistenza del Figlio di Dio che si è fatto vero uomo. Ma sono racconti, limitati dalla fantasia,dall’intelligenza, dalla passione degli artisti.

Da credenti, attraverso la testimonianza dei libri sacri, possiamo invece dire di conoscere i “fatti” eclatanti della vita di Gesù: la nascita, la sua predicazione, la sua drammatica morte. In realtà, chi può sapere con certezza come Egli abbia vissuto, nel suo intimo? Quali siano state le vicende del quotidiano mentre era sulla terra? Quali i suoi pensieri, le sue emozioni vere, i suoi slanci affettivi e, perché no, le sue tristezze, le sue malinconie? Tutto ciò è un mistero che supera la capacità dell’intelligenza umana.

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Mi ritengo fortunato in quanto appartengo all’esercito di uomini che hanno il dono della fede. Che credono in un Dio che ad un certo punto della storia è sceso sulla terra in carne ed ossa, umano a tutti gli effetti, nascendo come un bambino qualsiasi. E sono convinto che proprio questa fede possa fare la differenza e permettere, ad uno dei tanti come me, di poter pensare a Lui e avere, attraverso appunto il canale misterioso della Fede, un colloquio, un contatto intimo. E’ il miracolo della preghiera.

Ma anche da credente, mi sfugge l’aspetto storico di Gesù e mi riesce difficile considerarlo un “personaggio” tra i più famosi nella storia dell’umanità, come dicono in molti. Lo sento come un giudizio superficiale e assolutamente riduttivo. Lascio simili considerazioni agli intellettuali, agli esperti. Io sono un semplice “cristiano della strada” e su questi argomenti mi affido all’istinto, ritenendolo un richiamo imperioso verso il suo creatore.

Sono un uomo che si lascia guidare dall’emozione, dal sentimento e soprattutto dal fatto di professare, in chiesa come in una qualsiasi conversazione, il “credo” dei battezzati: credo in “Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio…. che …per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo.

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Questo aspetto, il fatto cioè che il Figlio di Dio si è incarnato diventando un vero essere umano, è quanto mi ha sempre colpito di più. L’umanità di Cristo è una verità di fede, ma è anche, dal punto di vista intellettuale, qualcosa di affascinante e al tempo stesso sconvolgente. Una verità talmente sublime che molti non riescono a concepirla possibile. Per questo, lungo il corso dei secoli, si è affermata, e perfino a volte anche tra gli stessi credenti, la tendenza di “svuotare” questa verità, sostituendola con una più razionalmente credibile, e cioè affermando che Gesù, Figlio di Dio, abbia “preso in prestito” un corpo per poter farsi vedere e avere un contatto con gli esseri umani. Ma egli è rimasto sempre e solo Dio. E’ una tentazione antica, che ha colpito certi credenti intellettuali, fin dall’inizio del Cristianesimo. Soprattutto nelle regioni influenzate dalla cultura ellenica, dominata dalla filosofia neoplatonica. Una delle prime eresie, contro le quali gli stessi apostoli dovettero combattere, fu infatti il “docetismo”, dal greco dokèin, “sembrare”, corrente religiosa che sosteneva appunto che Gesù avesse avuto la sola apparenza di un uomo, ma fosse rimasto, nella sua vera natura, soltanto Dio.

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Un mito, quindi, un grande spirito, che non ha niente a che fare con la corporeità degli esseri umani. I suoi sentimenti, le sue sofferenze, i suoi dolori, le sue umiliazioni, la sua morte in croce perciò furono solo una rappresentazione a beneficio degli umani. Contro questa eresia, che si diffuse anche tra i primi cristiani, si scagliò con energia Pietro. L’apostolo era già vecchio ma intervenne in modo deciso per stroncare simili idee e dettò ai discepoli una lettera che essi poi spedirono a tutte le comunità cristiane. La lettera, che noi conosciamo come “Seconda Lettera di Pietro”, esprime la preoccupazione dell’apostolo, che raccomanda ai cristiani del suo tempo di tenersi alla larga dalle teorie che danno di Gesù Cristo un ritratto soprattutto intellettuale e spirituale. “Sono sorti anche dei falsi profeti tra il popolo”, dice.

E poi afferma deciso: “Non per essere andati dietro a favole inventate vi abbiamo manifestato la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma dopo essere stati testimoni oculari della sua grandezza”.

Pietro aveva seguito Gesù ed era vissuto giorno e notte accanto a lui, aveva visto la sua potenza quando operava miracoli e la sua sofferenza atroce nel corso del processo davanti a Pilato. E poi l’agonia sul calvario, con la morte sulla croce. Ma poi aveva visto Gesù risorto, aveva conversato a lungo con lui, aveva mangiato con lui, lo aveva visto salire al cielo: conservava un ricordo molto concreto del Signore e non accettava che le nuove generazioni lo immaginassero soprattutto come una specie di concetto astratto.

Le sue preoccupazioni furono profetiche. Infatti, la tendenza di idealizzare Gesù al punto da farlo apparire più un concetto filosofico che una persona vera, si è sempre ripresentata nella storia ed è viva anche nel nostro tempo. E’ l’eresia corrosiva, insidiosa, del “cuore” della Fede cristiana, che ha le sue fondamenta su una persona, Gesù il Nazareno.

Soffermarsi sul lato “temporale” della vita di Gesù, cioè sulla sua esistenza carnale, mi è sempre parsa una riflessione di straordinaria intensità. Ed è da fare soprattutto adesso che si avvicina il Natale. Pur essendo il Figlio di Dio, nel periodo in cui visse tra di noi, Gesù fu uomo. Sentiva, vedeva, parlava, odorava, mangiava, sedeva, respirava come un uomo qualsiasi. Probabilmente amava il pane appena sfornato e probabilmente si fermava a guardare il tramonto la sera, incantato dallo spettacolo della natura come tutti gli altri esseri umani. La fede ci dice che era il Figlio di Dio ma anche che era un uomo a tutti gli effetti.

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E fu a Betlemme, in quella notte, che noi credenti chiamiamo “Santa”, che l’umanità di Gesù ebbe la sua più chiara manifestazione perché niente è più umano di un neonato sulla soglia della propria esistenza.

Cristo avrebbe potuto comparire sulla terra già adulto, davanti al tempio di Gerusalemme, pronto ad elargire le sue parabole e a stupire il mondo con i suoi miracoli. Oppure, in modo più nascosto, magari nel silenzio del deserto, e iniziare la sua missione senza dover portare i ricordi dell’infanzia con sé.
Invece, fu neonato, bambino e ragazzo. Divise la vita degli uomini alla loro stessa maniera, in ogni singolo aspetto compresa infanzia e adolescenza.

Parlo da genitore, ho un figlio di un anno e mezzo. E una figlia nata da poche settimane. Tenendola in braccio, mi viene perciò spontaneo pensare che Gesù fu proprio così, un piccino dalla pelle liscia e profumata di latte caldo. Anche Gesù deve aver fatto gli stessi gesti, emesso gli stessi suoni inarticolati ma concitati nel desiderio di parlare, facendo gorgogliare la saliva tra le labbra in modo buffo e divertente.

Anche lui deve aver pianto a singhiozzo per la fame nel cuore della notte, anche lui deve aver desiderato di prendere sonno cullato dalle braccia del suo papà, anche lui deve aver sorriso guardando i genitori sporgersi verso di lui con sguardi di tenerezza. Gesù bambino deve aver pianto quando era in fasce, gridato forte il suo disappunto quando il latte non arrivava rapidamente, probabilmente deve aver avuto paura del buio e deve aver chiamato suo padre perché lo confortasse.

La tradizione del presepe ci mostra proprio una famiglia, come tante ce ne sono al mondo. Ed è quindi impossibile, specie a Natale, non sentirsi molto più vicini a quella realtà misteriosa nella quale riponiamo speranze ma anche certezze.

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Presepe del 1741 che si trova nella chiesetta di Santa Maria della Neve ad Acireale, scavata nella roccia. I 30 personaggi raffigurati a grandezza naturale e fatti all’epoca dagli artigiani locali hanno i bellissimi volti di cera.

Ogni anno, allestiamo il presepe, la rievocazione scenica della nascita di Gesù, secondo un’abitudine che risale addirittura a San Francesco. A primavera riviviamo, attraverso la liturgia, il dramma della morte di Cristo sulla croce. Ogni domenica, alla Messa, ascoltiamo il racconto dei suoi insegnamenti che ci sono tramandati dai Vangeli. Nozioni su Gesù e sulla sua esistenza terrena ne abbiamo tante. Ma io penso che per poterle comprendere e assimilare nel loro profondo significato pratico sia importante conoscere e osservare il comportamento delle persone che danno la vita per lui.

E sono tante. Schiere di donne e uomini che sono stati folgorati dalla sua “presenza”, dalla sua idea. Uomini che con Gesù ben fisso in testa e nel cuore hanno compiuto cose straordinarie, ai limiti dell’umano. Uomini che sono morti per la propria fede, con gli occhi accesi di un ardore impossibile da provare per qualcos’altro. Ogni giorno sentiamo di martiri che, in varie parti del mondo, danno la vita per il loro amore per Cristo. Ed è proprio in questo caleidoscopio che si riflette e viene esaltata la vera immensa umanità di Gesù, vero Dio e vero uomo.

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A tutti, buon Natale.
Roberto Allegri
robi.allegri@gmail.com

Roberto Allegri, giornalista e scrittore, è nato nel 1969. Collabora sin dal primo numero con il settimanale CHI. Ha pubblicato una trentina di libri alcuni dei quali tradotti in inglese,giapponese e portoghese. Vive in campagna con la famiglia, un boxer e un cavallo argentino di nome Rodin.

Anche a nome di tutti i principali redattori del Cofanetto Magico, grazie ai quali è sopravvissuto sino ad oggi….Francesco, Cristina, Marni, Imma, Roberto, e Hans , i più affettuosi auguri di un felicissimo Natale con (clicca qui) questa canzone di Zucchero.
Merry Christmas with White Christmas di Zucchero

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10 Responses to “RIFLETTENDO SU GESU’”

  1. Bianca scrive:

    Grazie a Roberto per questo articolo davvero interessante e a voi tutte-i del Cofanetto, redattori, tecnici, lettori, i migliori auguri di un felice S. Natale e di un Anno Nuovo 2011 che vi porti gioia, salute e tante soddisfazioni!
    Auguri naturalmente estesi alle famiglie e ai vostri cari.
    Bianca

  2. maria cristina giongo scrive:

    Grazie, Bianca, auguroni di cuore anche a te a nome mio e di tutti I COFANETTI!

    Cristina

  3. Bianca scrive:

    Di nuovo auguri di buone feste e grazie per il vostro grande impegno.
    Buon Natale!!!

  4. Emanuela scrive:

    CRISSSSSSSSSSSSSSS
    QUANDO SEI IN FACEBOOK RISPONDIMI!!!! :-)

  5. maria cristina giongo scrive:

    Cara Emanuela,

    in che senso ..rispondimi???? Su facebook ci sto poco poco…Qualche volta chatto velocemente con Toto Cutugno ma solo per salutarci e basta.
    Bacioni e ..buon anno!!!!

    Cris

  6. Emanuela scrive:

    ti vedo che sei appunto negli amici in chat
    ti ho salutato un paio di volte
    ma non mi hai mai risposto :-(

    • maria cristina giongo scrive:

      Cara Emanuela,

      è strano, non l’ho mai notato. Una volta sentivo un rumore e capivo che qualcuno mi cercava…ora non più. Non mi si apre nemmeno la finestrella; quindi, credimi, se me ne fossi accorta, ti avrei risposto.

      Però non chatto quasi mai; solo se devo concordare un’intervista.

      Bacioni,

      Cris

  7. marni scrive:

    Anche se in ritardo auguri a tutti voi. :-) complimenti a roberto per questo articolo così ben fatto Buon natale amici! che lo spirito ed il calore del natale resti sempre nei nostri cuori anno dopo anno :-)
    marni

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