Depressione: un dolore antico.

Donatella Lai, psichiatra, ci parla del dolore più atroce: quello di coloro che hanno avuto una madre che si è rifiutata di donare loro anche solo un briciolo d’amore. Alcuni tentano il suicidio. Altri vivono in una desolata e spesso disperata solitudine interiore.

amore materno

Guardo il volto del mio paziente e mi sembra di leggere un’espressione simile a quella di tanti altri. Un volto segnato in una sottile maschera di un dolore antico che emerge al di là del riso e del pianto, al di là degli eventi di vita. Ci sono diverse persone come lui fra i miei pazienti. Uomini e donne che hanno superato i 50 anni, a volte anche i 60; persone che hanno cominciato a vedere e subire il declino della propria vita. Persone che si sono ammalate, spesso, o che hanno perso il ruolo sociale per ragioni diverse.

Alcuni hanno tentato il suicidio in modo inefficace, altri hanno comportamenti dannosi per se stessi. Ma si tratta di persone che nascondono un particolare tipo di dolore, profondo e buio come un buco nero fra le galassie. Tutti loro hanno avuto una madre che si è rifiutata di donar loro anche solo un briciolo d’amore. Persone alle quali son stati preferiti i fratelli, o son stati maltrattati, abbandonati in collegi o da parenti, mandati a lavorare fin da bambini, e comunque trascurati affettivamente. Sono persone che nella vita hanno cercato di amare pur non essendo stati amati, che hanno lavorato e sofferto, aiutato senza chiedere nulla in cambio, e ad un certo punto l’età o la malattia hanno costretto loro a rallentare i ritmi o a fermarsi del tutto.

Di solito io non amo buttare ogni responsabilità sui genitori, ho constatato che spesso le persone affette da disturbi psichiatrici anche gravi avevano alle spalle famiglie normali e genitori ragionevolmente equilibrati. Così come invece ritengo, da medico, che fare una diagnosi abbia una notevole utilità pratica. I casi che riguardano queste persone costituiscono eccezioni. Non hanno dei disturbi facilmente classificabili perché vivono in uno stato di sofferenza esistenziale che viene erroneamente chiamata “depressione” ma che ha radici molto più profonde e lontane di una depressione propriamente detta. E le radici sono proprio piantate lì, in quel sordo e perenne dolore di non essere mai stati amati, di essere quelli che non dovevano nascere, l’elemento di disturbo nella vita di una donna che non sarebbe mai dovuta diventare madre.

E guardo ancora il volto di quell’uomo, a cui la vita ha levato la salute e con essa l’unica ragione di vita, giacché solo nel sentirsi utile alla sua famiglia e alla società ha potuto in parte colmare quell’abisso dentro di sé. So che non posso aiutarlo, se non fornendogli un supporto strappato a morsi nello scarso tempo a disposizione del servizio pubblico, un supporto che, comunque, da un privato non cercherebbe mai perché non si ritiene degno di spendere soldi per fare qualcosa per se stesso.

Si dice che dopo i 65 anni d’età vi siano 50 suicidi ogni 100 mila persone della stessa età. Le statistiche danno un’idea schematica e semplicistica di un problema complesso, che è fatto di ferite accumulate, di dolori generati in anni lontani, di vuoto e solitudine. Ogni cosa non risolta prima o poi reclama la sua attenzione.

Dottoressa Donatella Lai

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12 Responses to “Depressione: un dolore antico.”

  1. cristina scrive:

    Spero che tante persone leggano questo bell’articolo della “nostra” psichiatra, Donatella Lai e si facciano coraggio, facendosi aiutare se soffrono di questo male tanto debilitante per la nostra psiche, il nostro animo e di conseguenza anche il nostro corpo.

    A tutti loro vada il nostro più affettuoso abbraccio!

  2. Bianca scrive:

    Molto interessante e ben scritto. Fa riflettere.

    Buon ponte festivo!

  3. Vilma scrive:

    Donatella, al di là dell’aspetto psicologico e della matrice psichica della depressione, non credi che in molti casi la base possa essere biologica (carenza di sostanze come la serotonina, metabolismo anomalo ecc.)? Come si fa a distinguere quando una depressione ha radici nell’anima, quando nel corpo?
    Un’altra osservazione, da madre: i depressi di cui parli, sono figli poco amati, ma credo che in egual misura potrebbero essere genitori poco amati!
    Ciao, grazie dei tuoi articoli che aiutano sempre.

  4. Uyulala scrive:

    per Cristina
    Ci sono molte forme di sofferenza, purtroppo. Spesso questo tipo di soferenza è misconosciuto e sottovalutato.
    per Bianca
    Grazie per il tuo apprezzamento… molto gradito davvero

  5. Uyulala scrive:

    per Vilma
    il tuo commento richiede una risposta più articolata e ti ringrazio per le tue osservazioni acute. Allora:

    1. Io sono la prima persona che cerca di curare prima di tutto la matrice biologica dei disturbi psichiatrici, perché il nostro essere “carne e sangue” è la base di tutto il resto. Senza corpo semplicemente non staremmo qui a parlare, scrivere, caminare, mangiare etc. Purtroppo la parola “depressione” è usata per una gamma immensa di situazioni diverse che partono dagli scompensi biologici quasi puri a situazioni esistenziali quasi assolute passando per tutte le vie di mezzo.
    Infatti nell’articolo trovi una precisazione:

    Di solito io non amo buttare ogni responsabilità sui genitori, ho constatato che spesso le persone affette da disturbi psichiatrici anche gravi avevano alle spalle famiglie normali e genitori ragionevolmente equilibrati.

    Questo proprio perché ritengo che attribuire troppe cose all’ambiente familiare significa usare una profonda ingiustizia nei confronti di persone genuinamente preoccupate per il proprio caro.

    2. ci sono d’altro canto delle depressioni che amo chiamare “esistenziali” perché legate a fatti che riguardano proprio il nostro senso della vita. Come le distinguo? Beh, intanto ci sono delle caratteristiche nella storia di queste persone che mi possono mettere sulla strada; inoltre la depressione di queste persone tende a non trarre giovamento dall’uso di farmaci. A volte quando somministro farmaci a queste persone ho la sensazione di buttarli nella pattumiera…

    3. Parli della depressione del genitore che non è amato dal figlio. Beh, per quanto sicuramente questo sia un dolore molto forte, non è paragonabile a quello che succede quando un bambino viene abbandonato emotivamente. Il bambino ha necessità della vicinanza affettiva per sopravvivere, per svilupparsi e per crescere. Il male di non essere amati nel bambino ne costituisce una vera e propria ossatura, lo scheletro stesso della sua esistenza. Un adulto ha strumenti che un bambino non può avere. Se ricordi ci sono molti studi in cui si evidenziano difetti di crescita FISICA nei bambini abbandonati (p.es. quelli che crescevano in istituti), anche studi su gemelli monozigoti separati e cresciuti in contesti affettivi differenti. Pur non volendo svalutare la sofferenza del genitore abbandonato, a me sembra che non ci sia proprio paragone con l’altra forma di abbandono.

  6. Bianca scrive:

    Molto interessante, dalla matrice biologica fino all’uso (e/o abuso dei farmaci) e al condizionamento dell’ambiente familiare.
    Appunto una gamma diversissima di situazioni quanto sono diverse le molte persone che ne sono toccate. Purtroppo in tanti semplificano…

    Grazie per il prezioso contributo!

  7. Vilma scrive:

    ti ringrazio, Donatella, delle pazienti precisazioni. In realtà, anche se personalmente penso davvero che nella nostra società e nel nostro momento storico ci sia un’eccessiva asimmetria nel trattare questi due tipi di abbandono, devo dire che la mia osservazione voleva essere un po’ provocatoria.

    Quando dico ‘nel nostro momento storico’ penso ad un libro di Elisabeth Badinter letto parecchi anni fa, “L’amore in più” , che ha notevolmente influenzato il mio modo di approcciare l’idea dell’amore, non solo materno, nei confronti dei minori.
    Se ben ricordo la cronologia dell’analisi della Badinter, dovremmo dedurre che fino al ‘700 tutti gli adulti dovessero essere depressi e fisicamente sottosviluppati, essendo da bimbi, per cultura ed usanza sociale, sottratti alle madri ed alle famiglie, prima mandati a balia e poi a studiare in collegio, senza alcuna vicinanza affettiva. Evidentemente i bimbi di allora trovavano altre spinte, ma non credo fossero mediamente più infelici di quelli di oggi, così come non credo che ci fossero statisticamente più casi di adulti depressi.

    Guarda, anche questa è una piccola provocazione per indurre ad una discussione più allargata, l’argomento meriterebbe un coro di più campane!
    Ciao

  8. Uyulala scrive:

    Per Vilma
    è vero, in effetti spesso ho pensato che i personaggi di Dickens da adulti se la sarebbero dovuta cavare molto male. Da un lato penso che ci sia comunque un discorso legato ad una maggiore o minore fragilità costituzionale, dall’altro lato però è anche vero che un tempo sopravvivevano comunque i più forti, e penso che questo fosse valido non solo per la forza fisica ma anche per quella psicologica. Le madri avevano 10-12 figli, li abbandonavano sesso al loro destino e di questi figli ne diventavano adulti magari due o tre… Per inciso, probabilmente io sarei morta MOOOOLTO precocemente… :)

  9. Vilma scrive:

    Bè. il sistema della selezione naturale, per quanto crudele e sbrigativo, ci ha portato fino a qui ….. dopo di che abbiamo adottato il sistema della selezione culturale, che non sappiamo ancora dove ci porterà.

    Tornando sul discorso dell’amore, se penso che i cinquantenni oggi depressi sono in gran parte ‘figli’ di Benjamin Spook, del suo permessivismo e delle tonnellate di amore indulgente riversato su piccoli principi un po’ sopravvalutati e viziati, mi viene da dire che forse il troppo amore può fare più danni del poco. Sono i tanto amati bimbi di allora, cresciuti con l’idea che la felicità sia un diritto, ad essere oggi adulti inadeguati davanti alla vita reale, le più facili prede per la depressione.
    Mi rendo conto che tu parli di casi specifici, con anamnesi e percorsi che hai indagato e valutato da professionista, io faccio discorsi generici, ciò che importa però è far capire che ci può essere un dibattito e che le cose, come sempre, possono avere più facce.
    Ciao

  10. cristina scrive:

    Vilma, Donatella, la vostra discussione è molto interessante, profonda ed importante.

    Devo riflettere a lungo su quanto asserite, che mi ha aperto nuovi spiragli di comprensione. Io ho scritto un libro ( una storia vera ma romanzata) sulla depressione, “MURIEL”, uscito in lingua olandese.

    E’stato un omaggio ed un grido di speranza, che volevo arrivasse a coloro che soffrono di questo tristissimo male, che prima o poi ci colpisce tutti, durante il difficile cammino della vita; tanto irto di spine.
    C’è anche chi non si punge, o chi non sanguina, o chi guarisce presto. In effetti dipende anche dalle difese naturali che abbiamo sviluppato…..

    Grazie a tutti per le vostre testimonianze e i vostri commenti di gran valore.

  11. marni scrive:

    Scusate se arrivo tardi, ….. ho letto con tutto con grande interesse e partecipazione. Come Vilma ho letto L’amore in più ella Badinter diversi anni fa e mi sono confrontata con il fatto che non sempre l’amore materno è “biologico” ed innato, ma sono altresì convinta che si può dare solo ciò che si è ricevuto e che quindi un “corredo ” di amore garantisca la crescita di persone più sicure e felic,i e sopratutto in grado di “trasmettere” amore.

    E dico AMORE e non permissivismo eccessivo..amore unito a un po’ di buon senso ed anche a un po’ di regole. Trovo che un po’ di NO ( forse difficili da dire e che ci rendono impopolari come genitori) siano necessari.

    Poi sulla depressione biologica non so che dire..mio padre è stato un “malato di vivere” un depresso a sentir lui… a volte ho la sensazione che si abusi del “termine ” e che la parola depressione andrebbe bandita quando non diagnosticata da un medico come può farlo Donatella…. Solo dire “sono depresso” giustifica il tuo “star male” e forse ti ci adagi perchè ti fa meno paura sapere che ha un nome..
    VAbbè sto partendo per la tangente ..scusate :-)
    marni

  12. cristina scrive:

    Cara Marni,

    hai ragione: ai nostri figli dobbiamo dare una grande scorta d’amore per il futuro. Ne avranno bisogno!

    Se una donna non crede di essere all’altezza di essere madre non dovrebbe mettere al mondo dei bambini, per non creare degli infelici.
    Essere infelici sin dai primi anni di vita è una cosa che grida vendetta!

    Circa la depressione ho conosciuto tante persone che non avevano il coraggio di dire quanto stavano male e andavano avanti a soffrire.
    Invece bisognerebbe farsi aiutare subito, perchè da soli non se ne esce.

    Nel manicomio dove ho condotto la mia inchiesta per scrivere il libro ho visto delle donne che sono andate avanti con questo problema sino…ad impazzire! E quando cercavano di parlarne con il marito lui le rimproverava, aggiungendo frasi stupide del tipo: “ma che cosa vuoi di più? Ti ho appena comprato la lavapiatti, hai una macchina nuova, siamo una coppia “invidiabile”…che cosa ti manca?
    Lasciamo perdere!

    Buona notte,

    Cris

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