Rampina, una favola dei nostri giorni (5° episodio)

Immagine realizzata da Marica Caramia, ispirata dalla
favola di Rampina di Valentino Di Persio

In questo episodio, nel narratore, riemergono sbiaditi ricordi della sua fanciullezza. Sono squarci di vita vissuta o, forse, solo un confuso residuo di sogni e realtà. Buona lettura!

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“Saperne di più sul nemico”

Nella tarda mattinata feci il giro delle macellerie. A Carpineto della Nora la mia idea venne ben accolta dai titolari de “La Rustica”, dove ero solito servirmi per gli arrosticini, ma anche e soprattutto, per gli ottimi salumi, con particolare predilezione per il capocollo al pepe, una vera reliquia. Non mancarono battutine ironiche da parte di lei, la simpatica Signora Loredana. Scelsi con cura i luoghi dove lasciare il mangime: nella radura di un querceto, sul colle di “sciarrocchitto” e in un anfratto, dietro alla fontana di “pietraliscia”. All’imbrunire i mucchietti erano ancora intatti. Memore di quello che mi aveva detto Rampina in sogno, pensai: “Sono proprio diffidenti! Non si fidano quei lupacci famelici. D’altra parte se temono l’uomo, qualche ragione dovranno averla.” Mentre mi arrampicavo sugli specchi con i miei pensieri astrusi, percepii la strana sensazione di essere spiato. Mi venne la pelle d’oca. –Aspetteranno l’arrivo della notte per cibarsene.– mi dissi affrettando il passo verso casa. Ritornai il mattino seguente. Era rimasto solo qualche osso. –Meno male!– esclamai compiaciuto, rivolgendo un pensiero a Rampina.

Certo, doveva essere umiliante per dei predatori accontentarsi del cibo offerto dal temuto uomo. Un chiaro segnale di sottomissione, come i cani, con i quali hanno in comune solo l’aspetto. Mi piaceva pensare che quel cibo, caduto dal cielo, costituisse una risorsa cui dare principalmente accesso agli elementi del branco non più in grado di sostenere gli assetti di caccia.

Di lupi ne sapevo abbastanza già da piccolo perché su di loro mio nonno mi raccontava storie fantastiche. Gli andavo spesso incontro quando, la sera, tornava col gregge. Mi prendeva per mano e cominciava a narrarmi qualche storiella. Nonno me lo ricordo alto e allampanato. Indossava sempre un cappello di feltro a larga tesa. Sulle spalle portava una cappa nera che, all’occorrenza, se l’avvolgeva facendola roteare con gesto ampio e teatrale del braccio. Era felice di vedermi arrivare. Frugava nella bisaccia per estrarne sempre qualcosa: noci, nocchie, frutti vari del sottobosco. Non era un grande oratore, ma con me si apriva al dialogo. Gli piaceva stupirmi e vedermi interessato ai suoi discorsi. Alle mie domande rispondeva con pazienza e dovizia di particolari. Dei lupi me ne parlava con rispetto ed ammirazione e non manifestava alcun rancore per qualche pecorella mai tornata all’ovile. Lui giustificava persino la loro proverbiale aggressività –Per sopravvivenza e non per malvagità.– mi diceva, forse per non spaventarmi. Considerava il lupo un animale sensibile ed intelligente, che protegge la sua famiglia, che si prende cura degli anziani e dei malati, e che rispetta il proprio ruolo all’interno del branco. Non nutriva però grande simpatia per i lupi solitari. –Quelli sono imprevedibili e pericolosi anche per l’uomo!– diceva. –Quelli…– ripeteva –Sono privi della dignità di appartenenza. Sono cani sciolti non soggetti alle regole del branco.– Comunque, secondo mio nonno il lupo è un animale nobile, bisognoso di sentirsi importante nel contesto in cui vive. –In loro…– mi diceva con enfasi dialettale –E’ innata la consapevolezza che la sopravvivenza sia subordinata all’unione con altri simili, all’interno di una gerarchia sociale di tipo piramidale tale da creare un forte senso di appartenenza ed ingenerare timore ed inquietudine nei nemici.

Mi sovvenni, come in un sogno sbiadito, di quando, ancora bambino, agli inizi dell’inverno, veniva a farci visita un signore anziano con un asinello a seguito. Amone era un ambulante al quale la mia famiglia dava ospitalità per una notte. Il nonno aspettava impaziente il suo passaggio. Si scambiavano cortesie e rispetto reciproco. Dopo cena, seduti attorno al focolare, facevano lunghe chiacchierate sugli animali selvatici e sui lupi in particolare, dei quali quel signore era un grande esperto. Io restavo ad ascoltarli in silenzio, disteso su una panca di legno incastonata tra il muro e il caminetto. Spesso la discussione si animava e ognuno difendeva i propri punti di vista.

Una volta assistetti a un confronto interessante ed istruttivo. Mio nonno narrava del ritrovamento di una pecora dilaniata dai morsi di un branco di lupi. Amone dissentì subito. –Non erano i lupi!– affermò con sicurezza.
Vedendo mio nonno contrariato da questa sua affermazione, Amone colse l’occasione, forse non ne vedeva l’ora, per sfoderare le sue conoscenze medico-legali in fatto di prede e predatori.
Il lupo…– esordì –Infligge alla vittima uno, al massimo due morsi, nelle parti vitali, prevalentemente al collo, così da ucciderla subito. Nel caso di attacco in branco la preda viene colpita quasi sempre dal capobranco il quale mangia per primo, iniziando dalle viscere, poi tocca a tutti gli altri. Quello che rimane della carcassa viene suddivisa dai membri del branco e portata via ridotta in brandelli tirando nelle varie direzioni, per essere consumati in seguito. Quindi se quella pecora fosse stata preda di un branco di lupi non l’avresti mai ritrovata perché loro non lasciano tracce.
E scì!– esclamò mio nonno, incredulo. –Allor’e s’accise da sol’e!-, “Eh si! Allora s’é uccisa da sola!”.Silenzio assoluto. Amone, non disse nulla al momento. Si chinò con garbo verso il focolaio. Con la tenaglia raccolse un carboncino ardente che depositò sul fornetto della sua pipa. Spippettò velocemente per far accendere il tabacco, poi prese il carboncino tra l’indice e il pollice, lo fece scivolare nel palmo della mano e, dopo averlo fatto saltellare un paio di volte, lo rigettò nella brace. Guardò mio nonno dritto negli occhi. Disse: –Quella povera pecora è stata uccisa da una muta di cani randagi affamati.
Nonno non mi sembrò molto convinto. Si rigirò sulla sua sedia impagliata, allungò il braccio verso il ripiano del caminetto dove tronava la bottiglia del vino, ormai quasi vuota. –Mah!– esclamo flemmatico –Lupi o cani, che c’e vù fà! La ciavarra mò s’à mort’e!-, “Lupi o cani, cosa ci puoi fare! Ormai la pecorella è morta!”.
Comunque, alla fine, dopo la definitiva scolatura della bottiglia, e ancor prima di augurarsi la buonanotte, le loro posizioni sembravano concilianti. Io, però, avevo l’impressione che ognuno rimanesse con le proprie convinzioni.

Amone, traballante, si avviava verso la stalla per andare a dormire nella greppia delle mucche. Quando chiesi a mia madre il perché quel signore andasse a dormire nella stalla, lei mi rispose: –Perché lì fa caldo.
Dopo un attimo di riflessione osservai: –Anche Gesù Bambino dormiva in una mangiatoia.
Si, ma questo qui, non è il “Bambinello”.– mi rispose. Ridendo si chinò su di me per stringermi nel suo grembo.

Amone era solito partire all’alba, silenzioso come un fantasma, col suo asinello carico fino all’inverosimile, inseguendo il suo destino tra i monti, verso Villa Santa Lucia, Carapelle Calvisio e poi Castel del Monte, Santo Stefano di Sessanio, noto per le sue lenticchie, Calascio, famoso per la sua famosa Rocca, divenuta nel tempo, il set preferito dai registi di tutto il mondo per gli esterni di innumerevoli film storici, d’epoca medioevale e non solo. Basti ricordare “Il Nome Della Rosa” con Sean Connery, “Ladyhawake” con Michelle Pfeiffer, “Serafino” con Adriano Celentano, e tantissimi altri.

Mi dispiacque molto quando quel signore cessò di passare. Chissà, forse si era ammalato o era addirittura morto. In seguito, quando ero diventato più grandicello, mia madre mi confessò che quel vecchietto, seppure apparentemente mite e malconcio, non le piaceva affatto, anzi le faceva paura.
Quello, sono sicura che era uno stregone, uno di quelli che fa le fatture.
Mio nonno che aveva sentito, rincarò la dose e disse greve: –Di più, di più, era molto di più. Uno volta l’ho visto senza scarpe. Aveva i piedi caprini.
Mia madre si fece ripetutamente il segno della croce, esclamando:
Oh Madonna me’, che se pozz’a strecà!– mentre nonno se la rideva divertito sotto i baffi.

A me, invece, Amone stava proprio simpatico. Era un omino magro, di età indefinibile, con una folta barba grigia e incolta, dalla quale spuntavano due occhietti furbi. Portava un orecchino d’oro al lobo sinistro, e fumava la pipa. Sul basto del suo asinello trasportava ogni tipo di mercanzia. Da un cesto di vimini con coperchio di legno, si sprigionava un forte odore di spezie, da fare arricciare il naso. In una cassetta di legno, portava nastri di pizzo, bottoni, fili, aghi, spaghi, matasse, ferri per la maglia, fusi, accessori vari per la tessitura. A mio fratello maggiore regalava sempre un giocattolino, mentre a me dava una manciata di mou-mou che estraeva dalla tasca del suo pastrano, sempre lo stesso. Mia madre, puntualmente, mi chiamava da parte e me le sequestrava. –Te le do dopo cena.– mi diceva, ma sapevo già che quelle caramelle non le avrei più riviste. La sua diffidenza verso gli sconosciuti era proverbiale.

Seguivo con interesse i discorsi tra Amone e nonno, specie riguardo ai lupi, tanto da invogliarmi, in seguito, a saperne di più su di loro, come ad esempio che il nucleo di base di un branco è solitamente costituito da un numero variabile da quattro a otto soggetti, prevalentemente discendenti in linea retta dalla coppia dominante. Si tratta di una struttura piramidale che si regge su rigide regole sociali. All’apice troviamo la coppia dominante, detta “Alfa”, seguita, per ordine d’importanza, da un individuo o coppia detta “Beta”, alcuni elementi di medio rango, fino ad arrivare ad uno o più soggetti di rango inferiore, detti “Omega”. Gli Alfa comandano tutto il gruppo, i Beta sovrintendono sui lupi di medio livello e tutti gli adulti comandano gli individui di medio e basso rango. Mentre nei due estremi della gerarchia non si verificano quasi mai cambiamenti, il ceto medio è socialmente più dinamico. Da questi delicati equilibri sono esclusi i cuccioli almeno fino alla loro maturità sessuale. Le femmine, rispetto ai maschi di pari rango, occupano sempre una posizione di ripiego. Insomma, anche tra i lupi, verso il gentil sesso, esiste una sorta di discriminazione maschilista.

Fine del quinto episodio

Valentino Di Persio
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