Rampina, una favola dei nostri giorni (3° episodio)

Immagine realizzata da Marica Caramia, ispirata dalla
favola di Rampina di Valentino Di Persio

L’uscita del terzo episodio di Rampina coincide con la Giornata Internazionale della Donna, meglio conosciuta come “Festa della Donna“. In realtà quella di oggi non è una festa per gioire. Si tratta piuttosto di una protesta contro ogni forma di violenza sulle donne e contro ogni forma di disuguaglianza nei loro confronti. Oggi è anche l’occasione per ricordare e ribadire i diritti acquisiti, con forza e con coraggio, dalle donne dagli inizi del secolo scorso. Rampina, da femminista convinta qual è, sin dalla nascita, si unisce al coro di auguri di tutta la redazione, direttrice in testa, de “Il Cofanetto Magico“. Buona lettura!
Valentino

Clicca qui per l’episodio precedente.

La provvidenza vede e… provvede

Per tenere Rampina al sicuro, con Luigi avevamo deciso di farla stare, almeno di notte, in una piccola stalla annessa ad una casa rurale appiccicata alla mia. Anche se non faceva più freddo, non potevamo lasciarla fuori in balia dei lupi. Sarebbe stata una preda facile per loro. Era ancora troppo debole ed ingenua per potersi difendere. Li avevo già sentiti ululare la notte, nelle vicinanze. Rabbrividivo al solo pensiero dello scempio che un branco affamato avrebbe potuto fare di lei.

La scelta di quel rifugio presentava molteplici aspetti positivi: comodità, praticità, sicurezza, etc. Era ed è ancora, una costruzione in pietra, abbastanza sicura, refrattaria alle molteplici scosse di terremoto degli ultimi anni ed anche alla desolazione dell’abbandono. Conservo ancora nitidi ricordi di quando quella dimora ed altre, alcune demolite o ridotte in macerie, erano abitate da famiglie numerose. Ben presto, però, a partire dagli anni ‘50, divenne graduale e costante l’abbandono di queste zone montane.
I giovani in particolare, partivano pieni di entusiasmo alla ricerca di fortuna e prospettive di vita migliori, chi per Roma, chi per il nord Italia o altri paesi europei. Intere famiglie si trasferivano addirittura oltre oceano, in Argentina, in Canada, negli USA, con il sistema dell’atto di richiamo di un famigliare partito precedentemente. Nemmeno io feci eccezione. Godevo della fiducia incondizionata dei miei genitori e non mi ci volle molto per convincerli a lasciarmi partire. Dalla mia parte avevo un’arma di persuasione infallibile. Volevo studiare a tutti i costi. Questa mia grande aspirazione metteva in crisi le coscienze dei miei familiari per i disagi ed i sacrifici cui avrei dovuto far fronte. Mi sarei dovuto alzare ogni mattino alle cinque per andare a prendere l’autobus, detto “La Postale” che da Ofena conduceva a Pescara, percorrendo l’allora SS 602. La Postale, così chiamata perchè trasportava anche i sacchi della corrispondenza, si fermava, solo su richiesta, alla Cona, distante circa un chilometro e mezzo dall’Aravecchia, raggiungibile percorrendo un tortuoso tratturo fiancheggiato da una fitta vegetazione. Il percorso implicava l’attraversamento di un fiumiciattolo, “il fosso“, che, quasi secco nei mesi estivi, si gonfiava e dilagava a dismisura durante le piogge autunnali e d’inverno per lo scioglimento della neve. Sul “fosso” si narrava di incontri ravvicinati con fantasmi, streghe, serpenti e satiri dai piedi caprini, da fare accapponare la pelle. Avrei poi dovuto rifare il tragitto inverso nel tardo pomeriggio. Partii per Milano appena quattordicenne, con la classica valigia di cartone legata con lo spago, piena di speranze, di illusioni, mischiate agli odori delle tante cose che mia madre aveva disseminato di nascosto tra maglie e calzettoni di lana, mutande di fustagno ed il primo paio di jeans, mentre strazianti lacrime le solcavano il viso.
Alla stazione centrale di Milano c’era ad aspettarmi Sabatino, un amico più grande, partito due anni prima. Lassù mi aspettava anche il lavandino di una trattoria sempre colmo di piatti da lavare.

L’arrivo di Luigi mi distrasse da quel tuffo a ritroso nel tempo. “Hai altro cui pensare ora!” mi dissi, scacciando via il velo di triste nostalgia.
Per evitare che Rampina potesse allontanarsi o creare situazioni di pericolo per lei e per gli altri, recintammo un bel pezzo di terreno davanti alla stalla usando paletti di ferro ed una vistosa rete di plastica arancione.

Riguardo al suo nutrimento, mi ero documentato attraverso Internet. La puledrina avrebbe dovuto assumere dai quattro ai sei litri di latte al giorno, con graduale aumento fino ai tre mesi di vita, per poi iniziare un’alimentazione integrata con mangimi adeguati. Comunque, il primo mese, sarebbe stato cruciale per la sua sopravvivenza. Andava assolutamente scongiurato il pericolo di dissenteria che avrebbe potuto metterle a repentaglio la vita.

Comunque Rampina sembrava contenta della nuova sistemazione. Luigi aveva portato due balle di paglia per il giaciglio. Siccome la puledrina era tormentata senza tregua dalla mosche, cercai di ovviare al problema spalmandole dell’olio di semi sulle parti più sensibili.

Andavo a trovarla spesso anche al di fuori delle poppate. Appena mi vedeva mi veniva subito incontro traballante. Cominciai a farla camminare lungo la strada brecciata fino alla vecchia fontana per aiutarla a rinforzare lo zoccolo difettoso. Le camminavo a fianco per assecondarla nel suo andare incerto. Ogni tanto col muso frugava le mie tasche alla ricerca dello zucchero.

Senti un po’, signorina!– le dissi una volta –Cerca di non prenderti troppa confidenza, con me. Non dimenticare che io appartengo alla specie dominante, insomma la razza superiore, mentre tu sei…
Rampina si fermò di botto, come se mi avesse capito. Allungai la mano per accarezzarla, ma lei girò la testa dall’altra parte, offesa.
Ehi, ehi! Guarda che stavo scherzando. Mica dicevo sul serio!– la rassicurai abbracciandola stretta per il collo. Mi lasciava fare sorniona, mentre col muso cercava la mia mano.
Ho capito, con te sarà una battagliaccia impari, sul filo della psicologia raffinata. Ah, le femmine! Che genere meraviglioso che siete!
Riprese a camminarmi a fianco impettita, consapevole di aver già riportato una vittoria sulla razza dominante a solo pochi giorni di vita.

Mi resi presto conto che reperire giornalmente il latte fresco era un impegno gravoso anche sotto l’aspetto economico. La soluzione ottimale sarebbe stata quella di trovare un prodotto a lunga conservazione di buona qualità ad un prezzo equo. Iniziai a fare la ricerca di mercato nella zona.
E’ proprio il caso di dire che talvolta la provvidenza vede e provvede.
Davanti ad un negozio di generi alimentari di Civitaquana sostava, con lo sportello posteriore aperto, il furgone di una nota marca di latte. Attesi per qualche minuto l’arrivo del corriere al quale, dopo essermi presentato, gli dissi di Rampina e dei problemi per alimentarla. Mi ascoltava con interesse, ma impassibile. Quando ebbi finito, il tizio, senza dire nulla, tirò fuori dalla tasca posteriore il telefonino, schiacciò un tasto, e si allontanò di qualche metro. Iniziò a confabulare con qualcuno, senza darmi troppa importanza. “Forse sono stato inopportuno” pensai, mentre mi avviavo verso il negozio.
Ehi signore! Un attimo per favore.– mi apostrofò, facendomi segno con una mano di aspettare. Mi raggiunse quasi subito. –Mi stavo interessando per la puledrina. Amo gli animali e queste storie mi lasciano senza parole.– si giustificò. –Ho comunque buone notizie. La direzione mi ha autorizzato a darti subito tre cartoni di latte, mentre per i prossimi tre mesi potrai ritirarne l’occorrente in questo negozio ogni martedì, ovviamente senza pagare!– puntualizzò.
A nulla valse la mia insistenza di volere contribuire almeno in misura ridotta. Smentendo l’idea che mi ero fatto inizialmente di lui, il mio interlocutore si rivelò una persona socievole e sensibile. Lo invitai a venire a conoscere Rampina.
Verrò certamente con la famiglia. I bambini saranno felici di giocare con lei.
Sicuro! E’ già pressoché umana!– lo informai ridendo.
Ci scambiammo i numeri telefonici.
Lorenzo, si chiamava Lorenzo, quel benefattore.

Arrivato a casa propinai subito il nuovo latte a Rampina, la quale dopo un attimo di diffidenza, lo sorbì con ingordigia.

Fine del secondo episodio

Valentino Di Persio
CHI SONO

Proibita la riproduzione del testo e delle immagini senza citare autore e fonte di informazione.

Tags: , , , , , ,

3 Responses to “Rampina, una favola dei nostri giorni (3° episodio)”

  1. Allora…buona festa delle donne, Rampina!

  2. Valentino scrive:

    Grazie Direttrice dalla dolcezza infinita e dal contagioso sorriso.
    Velentino

Lascia un commento