Rampina, una favola dei nostri giorni

L’8 maggio è una data importante, almeno per me che l’ho vissuta tra attimi di paura, lampi di speranza, poi di angoscia e, infine, di gioia. Questa storia avrei voluto tenermela per me, condividerla solo con me stesso. Ma col trascorrere dei mesi, visto il suo evolversi positivo, ho pensato che non sarebbe stato giusto farla rimanere racchiusa in un limbo recondito della memoria. Rampina è un miracolo. Rampina è di per sé una favola iniziata già nella pancia di sua madre, ancor prima che nascesse.

Doveva avere avuto un bel immaginare la nostra eroina, mentre sguazzava nel caldo liquido amniotico nel grembo materno, ansiosa di abbandonare quel luogo, pur sicuro e confortevole. Strepitava dalla voglia di vedere la luce e le meraviglie del mondo. Farneticava, sognava ad occhi aperti sconfinate praterie dove scorrazzare in piena libertà, senza ostacoli. –Insomma…– avrà pensato –Nascere nel mondo animale dovrà comportare qualche vantaggio, fuori dagli schemi e dalle assurde credenze umane che pretendono, ipocritamente, di far credere ai bambini che essi vengono consegnati da spennacchiate cicogne o, addirittura, trovati d’inverno sotto i cavoli. Io sarò fiera di nascere cavallina e non permetterò a nessuno di calpestare la mia dignità equina.-.

Agli inizi di maggio, l’estate sembrava volesse anticipare il suo arrivo. Il sole splendeva maestoso in cielo, i prati erano ricoperti d’un verde intenso. I mandorli sfoggiavano già i loro fiori bianchi striati di rosa. E poi, le ginestre! Sì, le ginestre, con i loro fiori gialli, dal profumo intenso, s’ammantavano a coperta sulla collina sopra all’Aravecchia.

Più avanti, seguendo la strada brecciata verso l’eremo di San Francesco, all’interno di un terreno coltivato a noceto, bivaccavano due cavalle dalle pance pronunciate. Stellina, quella con la gravidanza più avanzata, rimaneva paziente vicina ad una tettoia coperta di onduline, mentre Caramella, una giumenta alla prima attesa, scorribandava nervosa a destra e manca. Sbuffava e col muso testava la rete alla ricerca di un varco per abbandonare quel luogo. La sua aspirazione era quella di raggiungere Cannatina, la bellissima montagna alle falde del Gran Sasso, sotto l’Incappucciata e dare alla luce la sua creatura. Da lassù è possibile scorgere buona parte dei territori dell’Aquila, di Pescara, di Chieti e del teramano. Impareggiabile è la vista del mare che sembra volerti venire incontro col suo azzurro intenso. Caramella era nata lì, allo stato brado tre anni prima e voleva che anche sua figlia nascesse lassù.

Una mattina Luigi, il padrone delle giumente, mi informò che Stellina aveva partorito. Lo raggiunsi poco dopo nel noceto. Lasciai sbadatamente il robusto cancello di ferro spalancato per la fretta di vedere il nascituro, che già succhiava avidamente il seno materno. Non riuscivo a capacitarmi di come la cavalla avesse potuto portarsi dentro un puledro di tali dimensioni. –Ne ho visti nascere pure di più grandi!– mi disse Luigi in dialetto e soggiunse: –Hai chiuso il cancello? L’altra cavalla potrebbe scappare!
Troppo tardi! Caramella era giù uscita, cogliendo al volo l’opportunità datele dalla mia sbadataggine. La vidi mentre svoltava la curva dopo la fonte, con passo spedito. Corremmo subito per cercare di raggiungerla, ma la giumenta, accortasi di noi, lasciò la strada, su per un sentiero impervio verso la montagna. Si arrampicava a zig zag col suo pancione, cui sembrava non dar troppo peso. Il suo scopo era quello di arrivare a Cannatina, senza essere presa.
L’unico modo per bloccarla sarebbe stato quello di aspettarla a mezza costa dove c’era un passaggio obbligato. Salimmo in macchina e ci affrettammo a raggiungere il punto strategico. Alla Cona, imboccammo la strada per la montagna. Dopo dieci minuti eravamo già sul posto ma, di Caramella, nemmeno l’ombra. –Sarà rimasta impigliata con la capezza!– disse Luigi. Scendemmo lungo il crinale della collina per individuarla. Era sdraiata in una radura. Appena ci vide cercò di rialzarsi. Ci riuscì con fatica a causa della grossa pancia. Suggerii di lasciarla lì per non stressarla troppo e farla partorire in pace. Era evidente che l’animale non aveva più le forze per salire ancora.

Nel tardo pomeriggio ritornai lassù da solo. Spiai Caramella con discrezione. Sembrava tranquilla. Brucava l’erba scodinzolando a ritmo regolare. Al tramonto il cielo era interamente coperto. Dal Gran Sasso, facevano capolino minacciosi nuvoloni scuri. L’aria era diventata pungente. Gli uccelli zittiti, si erano rifugiati nelle fratte. Il silenzio serpeggiava su per i fianchi della montagna. Improvvise folate di vento sfioravano il manto erboso della radura. Il dolce ondeggiare degli steli imitava il movimento della spuma dell’acqua marina. Sperai tanto che il tempo si rimettesse, ma mentre risalivo in macchina venni sfiorato da alcune gocce di pioggia. In cuor mio augurai alla ribelle giumenta tutta la fortuna che la situazione richiedeva.

Quella notte Giove sfogò le sue ire sull’Abruzzo. Il cielo aprì le sue cataratte, scatenando il finimondo: lampi, tuoni, vento, pioggia e chicchi di grandine grossi come noci, precipitarono giù, scroscianti, a lungo.

Dormii poco e male. Alle cinque ero già in piedi, l’aurora sorgeva ad est e il sole infiammava d’un rosso vivo il mare. Nel piazzale davanti casa, c’erano ancora sparsi mucchietti di grandine. Chiamai insistentemente Luigi al telefono, per svegliarlo. Poco dopo ero a casa sua. La moka emanava già un intenso odore di buono.

Lassù, solo il cinguettio degli uccelli facevano da sottofondo alla quiete che segue la tempesta. Caramella aveva ancora la placenta attaccata. Stava pascendo, lontana da dove l’avevo vista per l’ultima volta. Qualcosa di indefinibile giaceva inerme nel mezzo della radura. Era una puledrina. Bagnata, tremava dal freddo. Cercava inutilmente di sollevare la testa da terra. La coprii col mio giubbotto ed iniziai a massaggiarle il collo e le zampe per riattivare la circolazione. Intanto Luigi stava arrivando con Caramella che, inaspettatamente, si era lasciata prendere per la capezza. La puledrina stava riacquistando vivacità in fretta. Aveva percepito la presenza della madre. L’aiutammo ad alzarsi. Traballante cercò subito il seno materno, ma non appena sfiorò il capezzolo con le labbra Caramella cominciò a scalciare e lo fece ad ogni successivo tentativo.

Decidemmo di chiamare il veterinario, che giunse dopo circa un’ora. Era una donna. Per prima cosa visitò la neonata. –Sta bene!– disse –Anche se ha il piede anteriore destro rampino.– Il problema si sarebbe risolto da solo, camminando. Poi, esaminate le mammelle della cavalla sentenziò: –Ha una mastite!-. Il liquido che ne usciva era giallastro e cremoso. –Non allatterà mai sua figlia.– disse, mentre le faceva una puntura.
Dal confusionario bagagliaio della sua vecchia Panda, la dottoressa prese una bottiglia di latte, già provvista di tettarella di gomma. Rampina, così l’avevo battezzata a causa del piccolo difetto, era distesa a terra, quasi esanime. A nulla valsero i tentativi di farle bere il latte dalla bottiglia. Rampina rifiutava qualsiasi cosa gli venisse avvicinato alla bocca. Provammo anche a versarle il latte direttamente in bocca con forza, senza riuscirci. Dopo svariati ed inutili tentativi, la veterinaria rinunciò. –E’ destinata a diventare facile pasto per i lupi.– disse crudelmente.

Caramella, nel frattempo, approfittando del parapiglia, aveva ripreso la sua fuga verso la montagna. La vidi superare intrepida il colle Padoni.

Sconvolto da quel triste epilogo, mi ero inginocchiato vicino a Rampina. Sentivo di volerle bene. Dovevo fare qualcosa per lei, cercare di salvarla, strapparla all’ingrato destino, alla sfortuna di essere nata in quella notte inclemente, ma non sapevo cosa e come fare. Luigi non mi era di conforto. –Queste cose succedono spesso, bisogna farsene una ragione!– disse. Non mi sarei mai abituato a quell’idea di rassegnazione. Una rabbia sorda mi saliva dentro. Mi pesava anche e soprattutto, il cinismo della veterinaria, che aveva sentenziato una triste sorte per Rampina.

Fine del primo episodio

Valentino Di Persio
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3 Responses to “Rampina, una favola dei nostri giorni”

  1. Romiba scrive:

    Che lacrimoni !! i Sono commossa , leggendo questo racconto che è pura verità ,nessuna fantasia è la lotta per una vita l’Amore incondizionato che si può provare per una creatura che non è solo un animale da noi diverso ,ma un essere vivente che se in difficoltà ha tutto il diritto di sopravvivere …..l’uomo può cambiare il destino suo e degli altri è Rampina e Valentino ne sono un esempio.

  2. FRANCO DI PERSIO scrive:

    bellissima storia

  3. Tonia Orlando scrive:

    Grazie Valentino, è una storia dolcissima che disegna sconfinati paesaggi dell’anima. Sei un narratore puro.

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