Dossier pedofilia 3a puntata

Bollino Rosso

Regina Louf

(Regina Louf durante l’intervista)

Terza puntata.

La terribile e commovente testimonianza di una delle vittime di Marc Dutroux, Regina Louf, che ci racconta l’inferno della sua infanzia: sin da piccola “affittata” ai pedofili da sua nonna, in uno squallido albergo di Knokke, in Belgio. “Ho visto uccidere una mia amica”.

Di Maria Cristina Giongo

Nelle puntate precedenti vi abbiamo raccontato alcuni particolari inquietanti sul famoso processo al mostro belga Mark Dutroux, responsabile della morte di 4 bambine rapite, torturate,violentate e poi seppellite (due ancora vive) nel giardino di casa sua. Al momento dell’arresto trovarono altre due bimbe nel suo scantinato, incatenate. Distrutte psichicamente e fisicamente per le continue violenze perpetrate dal loro aguzzino, ma per fortuna ancora vive.

Abbiamo segnalato la sparizione di parecchi dossier e il coinvolgimento di ministri, giudici, poliziotti, avvocati sospettati di aver inquinato delle prove. Oltre ad altri avvenimenti che gettano ombre terribili su questa storia di orrori che sembra non aver fine: come la morte di ben 13 testimoni avvenuta in circostanze misteriose e l’arresto dell’avvocato Victor Hissel, difensore delle famiglie delle vittime di Dutroux, condannato perchè trovato in possesso… di materiale pedopornografico!

Abbiamo parlato dello splendido lavoro che compiono vari istituti e corpi di polizia nella lotta contro la pedofilia, a livello nazionale ed internazionale: Interpol, Europol, Eurojust, Child Focus, RCCU. Sottolineando il fatto che anche il nostro Ministro degli affari esteri Franco Frattini, commissario europeo alla Giustizia, si sta distinguendo per il suo impegno e sostegno in questa battaglia.
Infine abbiamo riferito i consigli che gli esperti danno ai genitori, a cui ricordano che i pedofili non scelgono le loro vittime a caso.

Ma chi era veramente Marc Dutroux?

Lo abbiamo chiesto a Regina Louf, conosciuta come la Testimone X1 del processo a suo carico, che vive in un piccolo paesino del Belgio (di cui non citiamo il nome per motivi di sicurezza). Ora ha 40 anni e si occupa di ragazze che cercano aiuto dopo aver subito una violenza. Ha 4 figli e un caro marito che è riuscito a tirarla fuori dal mondo perverso in cui era cresciuta, complici sua madre e sua nonna. Ha uno sguardo dolce, un po’sperduto nel vuoto. Sembra che guardi oltre: oltre l’inferno da dove è venuta.

“Mia mamma cominciò ad odiarmi sin dal momento della mia nascita. Per cui fu felice di scaricarmi su mia nonna quando lei si offrì di occuparsi di me. La nonna viveva in una bella villetta a Knokke, che aveva adibito ad hotel. Ma nel suo albergo non affittava solo camere: insieme alle camere “noleggiava” pure me. Ero piccolissima quando cominciò ad usarmi per il suo sporco commercio; i primi ricordi delle violenze subite risalgono a quando avevo 5 anni. I pedofili pagano di più se un bimbo è piccolo: dai 400 ai 500 euro. La nonna organizzava festini dove rammento che c’erano altri bimbi reclutati per l’occasione. Gli uomini che si servivano di me non erano gentili. I pedofili godono nell’esercitare il potere su esseri indifesi che non possono ribellarsi e dire di no, come i bambini. Che non possono neppure parlare, chiedere aiuto, per la paura che incutono loro e per il timore di non essere creduti.”

“Mia nonna era molto furba: infatti “per il resto” mi faceva condurre una vita normale. Ero vestita bene, invitava le mie amichette a fare la merenda a casa nostra, si mostrava disponibile e cortese con tutti. Intanto io crescevo con il peso di quel terribile segreto, in preda delle ossessioni di uomini che mi facevano schifo. Nel 1982 scappai da mia madre, a Gent, e le chiesi aiuto. Mi accolse con indifferenza; era innamorata di un uomo che si chiamava Tony. Passai dalla padella alla brace. Tony diventò il mio protettore. Fu lui, dopo avermi violentata, a cercare di fare soldi per arrotondare gli introiti familiari: con la complicità di mia madre. Mi attaccai a lui, perchè almeno si occupava di me; oramai non conoscevo altra maniera per ricevere attenzioni se non via il sesso. Arrivai persino ad affezionarmi a chi mi usava soltanto per ricevere dopo una (frettolosa) carezza.”

Tu hai conosciuto Marc Dutroux. Dove e come?

“Ad alcune delle ‘feste’ che i pedofili organizzavano con bambini e adolescenti; generalmente in ville messe a disposizione dai capi gruppo. Uomini importanti, potenti. Là accadeva di tutto. Si tenevano cacce al tesoro: dove il tesoro eravamo noi. E i cacciatori ovviamente erano loro.”

Regina mi ha raccontato altri particolari di quelle riunioni, talmente scabrosi e angoscianti che non reputo opportuno inserirli in questo contesto. Chi desiderasse leggere tutta la sua storia può trovarla in un suo libro, uscito in olandese e francese: “Silence on tue des enfants! Voyage jusqu’au bout du rèseau (edizioni Mols).
Vi avvertiamo però che si tratta di un libro scioccante non adatto a persone molto sensibili. E ancor meno ai bambini e adolescenti.

Ma chi era veramente Marc Dutroux?

“Un uomo cattivo, feroce. Non molto intelligente ma furbissimo. Non era lui il capo della cupola. Lui era soltanto il nostro cane da guardia. Infatti nel giro era proprio conosciuto con questo soprannome: “il cane da guardia” (e da riporto!) Era quello che doveva procurare i bambini, controllare che non scappassero, eseguire gli ordini. In cambio dei suoi servigi poteva usarci anche lui. Lo odiavo; era scostante e antipatico. Per lui non contavamo nulla; non aveva sentimento.”

E’ proprio quello che descrive Sabine Dardenne, la bambina che fu rapita il 28 maggio 1996 da Dutroux, violentata ed incantenata come una bestia in un nascondiglio largo 99 cm e lungo 234 cm., umido e sporco, nello scantinato di casa sua. La sequestrò proprio mentre stava andando a scuola. Infatti il libro, pubblicato da Bompiani, è intitolato: “Avevo dodici anni, ho preso la mia bici e sono partita per andare a scuola…” Da quel momento in avanti cominciò il suo inferno, povera piccola! Sabine scriveva ogni giorno delle lettere a sua mamma che lui prometteva di recapitare personalmente. Lettere, tristi, ingenue, disperate con continue richieste di aiuto, di non abbandonarla. Dutroux le diceva che i suoi genitori non la volevano più; che non avevano alcun interesse a risponderle perchè che senza di lei stavano benissimo. Una volta scrisse: “Cara mamma, sto tanto male, questo uomo mi fa fare cose che non voglio. Perchè non mi rispondete? Lui dice che non mi volete più bene. E’ cattivo e così stupido che non sa neppure lavare un golf di lana; mi ha rovinato quello che mi piaceva tanto!.” Ad un certo punto, visto che si lamentava della terribile solitudine di ore ed ore trascorse a fare nulla (soltanto nell’ angosciante attesa della prossima violenza) Dutroux rapì un’altra ragazzina, Laetitia Delhez, per “farle compagnia”.

Appurato che Dutroux non agiva da solo, chi lo aiutava?

“Un’intera banda”, risponde Regina. “Legata a Michel Nihoul. Nihoul era un suo amico. A lui hanno dato solo 5 anni di prigione e mi ha pure querelata per aver fatto il suo nome, proclamandosi innocente. Ma io li ho visti tante volte insieme, anche durante queste feste.”

Non hai paura di rappresaglie? Non temi per la tua vita?

“Non ho paura di loro. Se la mia morte potesse servire a qualcosa, a smascherarli tutt,i sarei felice di morire per una causa che potrà salvare migliaia di altre vittime innocenti. Invece ho paura della giustizia. Ho provato tante volte a denunciare quello che accadeva ma non sono stata mai creduta. Ancor peggio, le mie testimonianze venivano insabbiate. Io stessa ho visto, grazie al mio avvocato, dei verbali falsificati! Non mi hanno ascoltata neppure quando ho raccontato di aver assistito all’uccisione di una mia amica, Christine van Hees, che aveva 15 anni. Ci eravamo messe d’accordo di raccontare tutto alla polizia. Lei lo aveva già fatto confidandosi con i suoi genitori che si erano subito recati in questura per la denuncia. Ricordo che Dutroux venne a prendermi, visibilmente arrabbiato e mi trascinò in un edificio disabitato, a Auderghem: là c’era Christine, legata con una corda. E Michel Nihoul. Mi costrinsero a guardare come l’ammazzavano, avvertendomi che avrei fatto la stessa fine se avessi parlato. Poi bruciarono il corpo. Denunciai anche questo omicidio ma non fui creduta. La polizia non si recò subito sul luogo del delitto. Soltanto parecchio tempo dopo. Sapete chi fu il giudice a cui fu affidata l’inchiesta? Il giudice Van Espen. Che, guarda caso, era stato l’avvocato di Michel Nihoul ed è pure il padrino di suo figlio!

Anche un’altra mia amica, Carine Dellaert, è morta nello stesso modo; aveva appena partorito un bimbo di cui non si è saputo più niente. L’hanno uccisa e poi gettata in un pozzo. Ci furono due giornalisti che condussero un’indagine sulle mie testimonianze, le pubblicarono sul quotidiano De Morgen e chiesero via la stampa di riesaminarle: Annemie Bultè e Douglas de Coninck. Ma il muro di omertà intorno alle mie dichiarazioni, le pressioni “dall’alto” per chiudere il caso, furono più forti delle loro voci.

Regina, come hai potuto continuare a vivere con queste terribili ferite sul corpo e nell’anima?

“Grazie all’amore di mio marito Edwin e alla psicoterapia. Certamente ci sono lesioni che non guariranno mai, impresse nella mia psiche in modo irreparabile.

Edwin è stato tanto paziente, con me. Mi trovò in uno stato pietoso; non volevo più alzarmi dal letto, lavarmi, mangiare, camminare. Mi portò in braccio sino al bagno, mi lavò, mi nutrì, mi coccolò. Mi vegliò notte e giorno. Quello che mi interessa ora è di poter aiutare altre vittime della pedofilia.”

Quando la saluto l’abbraccio, con tanto amore. E con il cuore gonfio di compassione per lei e per i tanti bimbi caduti nello stesso inferno, proprio nel momento migliore della loro vita; quello in cui avrebbero avuto il diritto di godersela spensieratamente come i loro coetanei.Tornata a casa ho letto il suo libro e sono stata male: ancor più male. Tanto da decidere di non occuparmi più di inchieste sulla pedofilia. Il mio proposito è durato poco!

Infatti ho capito che se si sta zitti si diventa complici. Mentre se si ha il coraggio di urlare forse qualcuno sentirà; ed altre grida si uniranno alle nostre.

Copyright@ Maria Cristina Giongo
2009

Proibita la divulgazione del testo, parziale o totale, senza senza citare la fonte di provenienza e l’autrice.

Nell’ultima puntata:

L’incontro con Michel Nihoul, il compagno di Dutroux, uscito di prigione dopo aver scontato una pena di soli 5 anni, intervistato nel suo rifugio segreto in Belgio, dove vive nascosto e braccato. “La sua verità” e le sue rivelazioni.

(Regina Louf)

(Laetitia Delhez)

(Sabine Dardenne)

Maria Cristina Giongo
CHI SONO

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5 Responses to “Dossier pedofilia 3a puntata”

  1. Bianca scrive:

    Che dire? Articolo molto bello, vicenda davvero terribile: ho letto da qualche parte che anche la bambina (all’epoca) Laetitia si è per fortuna rifatta una vita, si è sposata ed è diventata mamma.
    Per quanto ci si possa rifare una vita dopo simili orrori, rimane comunque un fatto positivo.

    Alla prossima,
    Bianca

  2. cristina scrive:

    Sì, è vero, cara Bianca, ma per persone come quiella che ho intervistato io ti assicuro che la ferita non si rimarginerà più.

    Laetitia per fortuna era rimasta pochi giorni nella mani di Dutroux.

    Comunque chiunque desideri informazioni sulla campagna antipedofilia può cliccare sul link del Cofanetto alla voce Web control

  3. Bianca scrive:

    Eh già Cristina: chi può tornare del tutto normale dopo queste terribili esperienze delle quali tu scrivi come sempre con tanta sofferta sensibilità e partecipazione?
    Il mondo è davvero diventato matto…

    Buona domenica a voi!
    Bianca

  4. lilly scrive:

    Quello che scrivi è vero gentile Cristina….
    A volte il silenzio diventa complicità… E’ bene che se ne parli… E’ bene tenere sempre alta l’attenzione… Grazie che l’hai scritto… e che ci sei
    lilly

  5. cristina scrive:

    Grazie di cuore, Lilly, per le affettuose parole ed il commento di sostegno ad un argomento così importante.

    Hai ragione! Spesso la gente tace e preferisce girarsi dall’altra parte per “non vedere”: sino a che non viene toccata personalmente!

    Un abbraccio,

    Cristina

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