La mostra del Canova di Forlì. Riflessioni ed emozioni

Antonio Canova a Forlì: una mostra rivelazione. Un artista attratto dalla bellezza al punto da inseguirla per tutta la vita e da trasfigurarla nella grazia eterea e perfetta dell’ideale.

Mostra del Canova a Forlì. Allestimento esterno

Una grande mostra intitolata ad Antonio Canova. L’ideale classico tra scultura e pittura si è conclusa in giugno a Forlì.

Ospitata nel magnifico complesso del San Domenico con un allestimento di grande impatto visivo anche negli esterni, ha raccolto 160 opere del grande artista e scultore veneto (alcune dall’Ermitage) e due inediti ritrovati proprio grazie agli studi e alle ricerche condotte in questa occasione.

Informazioni e riferimenti su Antonio Canova, e su questo evento che ha richiamato milioni di visitatori dall’ Italia e dall’estero, sono reperibili da numerose fonti sul web. Queste righe vogliono  esprimere la profonda emozione che la visita alla mostra del Canova mi ha procurato, così da  incuriosite e stimolare i lettori nel voler conoscere meglio questo grande artista.

Dai miei  studi di storia dell’arte portavo ancora con me un senso  di antipatia  verso la pulizia e la perfezione formale delle sculture marmoree del maestro. Il suo ideale neoclassico non mi apparteneva, mi trasmetteva una sensazione di gelo ed immobilità che non mi ha mai incoraggiata a conoscerlo meglio.

In questo senso la mostra è stata una vera rivelazione. Ho scoperto un artista attratto dalla bellezza al punto da inseguirla per tutta la vita e da trasfigurarla in una grazia eterea che ha le qualità e la leggerezza di un petalo di rosa. Al punto da trasformarla in un’idea, un concetto che ha lo stesso potere illuminante di un faro.

Ho scoperto e vibrato di intensa emozione davanti ai bozzetti preparatori di creta e di cera dall’incredibile modernità; superfici sensibili e morbide che paiono assorbire la luce e che in alcuni versioni già occhieggiano Medardo Rosso. Ed ho finalmente sentito una profondità ed una sensibilità che cantavano all’unisono con la mia, un sottile filo conduttore che dal Logos si riunisce ad Eros e da qui all’energia della terra e di Thanatos. Un’ interpretazione della morte ed una dimestichezza con questa, che non possono esser solo determinate dalla necessità di far fronte alle commende funerarie dell’epoca.

Ho fatto la pace con questo uomo bello, con questo artista fra i più amati dei suoi tempi ( il novello Fidia),  la cui Ebe della Pinacoteca di Forlì ho scoperto da bambina, ed ho osservato  incantata dalla perfezione e dalla grazia del piedino e della caviglia sorpresi nell’attimo prima di spiccare il volo. Immortalati nel fremere di un movimento ascendente che non avrà mai fine.

A questo proposito, un aneddoto racconta che  questa Ebe (ne esistono altri tre esemplari) pare debba la sua particolare leggerezza ad un errore del maestro che, staccando troppo marmo da una una caviglia, fu costretto a modellare anche l’altra con le stesse proporzioni. Il risultato è sotto gli occhi di tutti …la splendida  Ebe del Canova di Forlì, resta unica e preziosa nella sua  bellezza classica ed ultraterrena, che affascina gli occhi e riempie il cuore.

E così, piena di gratitudine, mi sono riconciliata con quel concetto di ideale che allora mi pareva  arido e che ora mi appare  poetico, con il materiale algido del marmo cui il maestro ha saputo infondere il calore di un corpo vivente…con l’artista, lo scultore, l’uomo: Antonio Canova.

Marzia Mazzavillani © Vietata la riproduzione totale o parziale del testo

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