Civiltà extraterrestri: la scienza indaga.

Continua l’avvincente indagine del giornalista Roberto Allegri sulla possibilità dell’esistenza di extraterrestri. In questa seconda puntata l’intervista a due illustri scienziati: l’ingegner Stelio Montebugnoli, direttore della stazione radioastronomica dell’Istituto Nazionale di Astrofisica di Medicina, (vicino a Bologna), e il Professor Marcello Fulchignoni, astrofisico italiano dell’Osservatorio Astronomico di Meudon (Parigi). “Se non ci credessimo non saremmo qui a lavorare!” A che cosa serve la Croce del Nord, uno dei radiotelescopi più grandi del mondo, attento a captare i segnali di eventuali presenze aliene.

Stelio Montebugnoli (foto di Nicola Allegri)

Stelio Montebugnoli (foto di Nicola Allegri)

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(seconda puntata)

L’incontro con il dottor Massimo Teodorani (vedi puntata precedente) mi ha messo una parola in testa, come un chiodo fisso. Ci penso mentre sono in macchina diretto verso Bologna. La parola è “SETI”, Search for Extra Terrestrial Intelligence cioè “ricerca di intelligenza extraterrestre”. Questo il nome di un progetto internazionale che coinvolge anche l’Italia. Anzi proprio vicino a Bologna, a Medicina, esiste una stazione radioastronomica, gestita dall’Istituto Nazionale di Astrofisica, unica nel suo genere in quanto ospita la “Croce del Nord”, uno dei radiotelescopi più grandi del mondo, con una superficie pari a sei campi di calcio e costituita da oltre duemila chilometri di filo metallico. La grande antenna di Medicina serve per varie ricerche allo scopo di studiare tanti tipi di corpi celesti. Ma anche per verificare l’esistenza di possibili segnali radio emessi da eventuali civiltà extraterrestri. Ed è questo l’aspetto che mi affascina e il motivo per cui ho appuntamento con l’ingegner Stelio Montebugnoli, direttore della stazione.

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L’ingegner Stelio Montebugnoli, direttore della Stazione Radioastronomica di Medicina, vicino a Bologna. Alle sue spalle, la famosa “Croce del Nord” uno dei radiotelescopi più grandi del mondo. (foto di Nicola Allegri)

La Croce del Nord spunta dalla monotona campagna emiliana come un miraggio, una sagoma frastagliata velata dalla foschia. Avvicinandosi, se ne colgono i contorni, qualcosa di enorme, una parabola gigantesca e poi un’interminabile fila di archi metallici, uno accanto all’altro a farli sembrare la spina dorsale di un immane dinosauro. Si ha l’impressione di essere sul set di un film di Spielberg. “Invece è realtà ed è un vanto per il nostro Paese”, mi dice l’ingegner Montebugnoli. “Lo specchio dell’antenna che riflette le onde radio provenienti dallo spazio è fatto da un rete di fili d’acciaio per un totale di duemila chilometri. Il risultato è una superficie di 30 mila metri quadrati. E’ in grado di ricevere segnali anche deboli da sorgenti poste fino a 10 miliardi di anni luce da noi.”

Montebugnoli mi mostra la stazione e questa mi appare come l’alloggio per studenti ”cervelloni”, riuniti insieme per confrontare le proprie ricerche. In qualche modo è proprio così. I ricercatori della stazione, non molti, vivono quasi isolati, circondati da campi cullati dal suono del vento che attraversa i fili della grande antenna, un lungo e continuo mormorio. “Un’arpa gigantesca”, commenta l’ingegnere. “Da queste parti il vento soffia tutto l’anno e i fili d’acciaio dell’antenna vibrano producendo questo suono. Cambia a seconda dell’intensità del vento, della sua direzione, degli spostamenti dell’antenna. Una musica di sottofondo che non ci lascia mai.”

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La “Croce del Nord”, l’enorme radiotelescopio che si trova nella stazione radioastronomica di Medicina. Ha una superficie pari a sei campi da calcio ed è costituita da oltre duemila chilometri di filo metallico. L’antenna serve per studiare i corpi celesti e anche per captare eventuali segnali radio provenienti dallo spazio. (foto di Nicola Allegri)

Entro subito in argomento e gli chiedo il suo parere sugli extraterrestri. “Se non ci credessimo, non saremmo qui a lavorare”, afferma sorridendo. “Ma crederci non basta. Il nostro compito è agire secondo un valido valore scientifico. Questo significa, per noi che lavoriamo qui alla Stazione, essere pronti a captare un segnale, un messaggio, che dia evidenza della presenza di qualcosa là fuori nello spazio. Questo messaggio deve essere diverso da quelli naturali che vengono captati dai radiotelescopi tutti i giorni. Deve farci capire senza ombra di dubbio che è partito da una sorgente artificiale.

La nostra idea di fondo è che se gli extraterrestri vogliono farsi sentire da noi devono inviare un segnale riconoscibile, tipo un tono, come ad esempio una singola nota di pianoforte. Un segnale singolo, unico, particolare. E ci aspettiamo anche che questo messaggio non contenga nessuna informazione specifica perché sicuramente non saremmo in grado di capirla. Solo ricevendo tale segnale non naturale capiremmo che qualcosa o qualcuno di non terrestre esiste nello spazio.”

Mi domando per un attimo come sarà quel momento, cosa accadrà al mondo intero il giorno in cui davvero un messaggio proveniente dallo spazio, con tutte le caratteristiche che deve avere per essere scientificamente credibile, verrà captato dagli strumenti. Per adesso, lo scenario emozionale che posso immaginare è quello al quale ci ha abituato Hollywood, quello minaccioso e catastrofico di “Independence Day” e “La guerra dei mondi”, è quello pacifico e pieno di speranza di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”.

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Stelio Montebugnoli (foto di Nicola Allegri)

“Ci sono stati risultati fino ad ora?”, chiedo a Montebugnoli. “Nulla di documentabile”, risponde. ”Abbiamo captato solo interferenze radio prodotte dall’uomo. La ricerca continua ma si tenga presente che se non abbiamo ancora ricevuto nulla, non significa che non esistono gli extraterrestri. Può darsi infatti che non usino onde radio ma altri sistemi di comunicazione che noi ancora non conosciamo. E’ necessario restare operativi, progredire nella ricerca insieme agli altri Paesi per poi confrontare i dati e creare una rete di “attesa del segnale” complessa ed internazionale. E’ quello che il S.E.T.I. sta facendo da anni.”

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Il professor Marcello Fulchignoni, astrofisico italiano tra i più considerati a livello mondiale, che lavora all’Osservatorio Astronomico di Meudon, alle porte di Parigi, uno dei più importanti centri di studi astronomici del mondo. Qui, il professor Fulchignoni dirige un laboratorio denominato “LESIA” cioè “Laboratoire d’Etudes Spatiales et d’Instrumentation en Astrophysique” (Laboratorio di Studi Spaziali e di strumentazione di astrofisica) dove si progettano e si realizzano sonde e strumenti di ricerca usati poi nelle missioni spaziali. (foto di Nicola Allegri)

La mia prossima tappa è Parigi per incontrare il professor Marcello Fulchignoni, astrofisico italiano tra i più considerati a livello mondiale. Sono rimasto con lui un’intera mattina nell’Osservatorio Astronomico di Meudon, alle porte della capitale francese, uno dei più importanti centri di studi astronomici del mondo. Qui, il professor Fulchignoni dirige un laboratorio denominato “LESIA” cioè “Laboratoire d’Etudes Spatiales et d’Instrumentation en Astrophysique” (Laboratorio di Studi Spaziali e di strumentazione di astrofisica) dove si progettano e si realizzano sonde e strumenti di ricerca usati poi nelle missioni spaziali.

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Marcello Fulchignoni (foto di Nicola Allegri)

“Quella della vita in altri luoghi oltre la terra è un’ipotesi che ormai la scienza ha accettato”, mi dice camminando per il parco dell’Osservatorio che un tempo era la villa del Delfino di Francia. “E non esiste alcun motivo per dubitarne. Mi piace pensare alla “vita” come ad un fenomeno di campagna e non di città. In campagna la vita è dispersa, le case sono sparse nel territorio mentre in città si è tutti uno addosso all’altro. La stessa cosa si può dire riguardo alla vita extraterrestre. Sicuramente esiste ma va cercata “in campagna”, cioè più in là, oltre la “città” della nostra galassia che ormai conosciamo bene.”

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Marcello Fulchignoni (foto di Nicola Allegri)

Domando a Fulchignoni se è possibile farsi un’idea di come dovrebbe essere questa “altra vita” e la sua risposta è immediata. “Non è certo semplice dirlo. Però noi scienziati ci basiamo su questo fatto: gli elementi che danno la vita devono necessariamente essere quelli che hanno dato luogo al DNA. Tutte le forme viventi che conosciamo si basano sul DNA e sono davvero infinite. C’è una elasticità enorme legata a questa cosa che chiamiamo DNA e che risponde alle diverse sollecitazioni dall’esterno. Qui sulla terra c’è l’ambiente ideale per avere il DNA e infatti la vita si è sviluppata in molteplici forme. Ma nessuno può dire che non sia lo stesso in un altro posto.”

Roberto Allegri
robi.allegri@gmail.com

La terza ed ultima puntata sarà pubblicata il 3 agosto; da non perdere!

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Il giornalista Roberto Allegri regge faticosamente… tutti i libri che ha scritto sino ad ora! (Foto di Nicola Allegri)

Roberto Allegri, giornalista e scrittore, è nato nel 1969. Collabora sin dal primo numero con il settimanale CHI. Ha pubblicato una trentina di libri alcuni dei quali tradotti in inglese,giapponese e portoghese. Vive in campagna con la famiglia, un boxer e un cavallo argentino di nome Rodin.

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3 Responses to “Civiltà extraterrestri: la scienza indaga.”

  1. Emanuela scrive:

    qualche giorno fa anche in Friuli V.G. è stato avvistato in un campo un disegno strano che farebbe pensare a quei strani alieni 😉
    ma il proprietario, mi pare presidente dell’Udinese calcio, lui per primo ha calmato le acque e non ha gridato al lupo….

  2. Ciao Emanuela.. campi disegnati secondo un senso logico si trovano anche in giro per il mondo… consultando google maps o ancora meglio google earth.. e anche su quelli molti dicono che sono riconducibili forse a traccie lasciate in passato da forme di vita particolari

  3. Emanuela scrive:

    vero sì ma non ne avevo mai sentito parlare in Friuli…

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