Rampina, una favola dei nostri giorni (7° episodio)

Immagine realizzata da Marica Caramia, ispirata dalla
favola di Rampina di Valentino Di Persio

In questo capitolo, la nostra Rampina non si lascia sfuggire l’occasione per compiere un atto eroico che salverà il suo benefattore da una situazione di pericolo. L’episodio è propedeutico a quello finale nel quale la nostra eroina dovrà fare una scelta obbligata per il suo futuro.
Buona lettura!

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I sogni non finiscono mai

Dopo l’incontro ravvicinato col mio vicinato, seppure nella consapevolezza di averlo vissuto solo a livello onirico, mi ero sentito appagato ed allegro. Il sole rischiarava coi suoi raggi il salone. Rampina la sentivo scorrazzare fuori. Nitriva ad intervalli regolari per attirare la mia attenzione, reclamava il suo zucchero. Un amico mi aveva avvisato: –Non darle lo zucchero, che poi ti mozzica e non te la toglierai più di torno!– Non aveva torto. Infatti, non appena mi scorgeva, mi correva incontro e cominciava a frugarmi dappertutto con le sue labbra avide. Riuscivo a tenerla a bada a stento, minacciandola con la mano. Lei faceva l’offesa, abbassava le orecchie, ma dopo qualche attimo riprendeva a tormentarmi come e più di prima.

Nel pomeriggio decisi di abbattere un olmo rinsecchito sotto la strada. Nel vedermi armeggiare la motosega, Rampina aveva cercato di dissuadermi dandomi ripetute spinte con il muso. –No bella! Basta giocare, ora ho da fare!– l’avevo ammonita. Mi guardava delusa, mentre mi calavo per il pendio. Dopo aver liberato la base del tronco dalle sterpaglie, azionai la motosega. Intagliai la base del fusto dapprima a monte, poi dal lato opposto. Non appena l’albero aveva cominciato a dare segni di cedimento e dopo aver spento ed appoggiato di fianco la motosega, feci forza sul tronco con entrambe le mani spingendo verso la strada dove Rampina scodinzolava e seguiva attentamente i miei movimenti. L’olmo, cadde scricchiolando, ma il tronco, staccandosi dalla base, scivolò a valle, travolgendomi.

Ero rimasto bloccato con una gamba sotto l’albero; non sentivo dolore, ma un rigagnolo di sangue scorreva sulle foglie. I miei tentativi per liberarmi restavano vani, prigioniero senza via di scampo. Disteso sul terreno in declivio, gridai ripetutamente aiuto, ma sapevo già che nessuno poteva sentirmi. Il dolore stava salendo e il flusso del sangue aumentando. Rampina non c’era più. Forse si era spaventata quando l’albero era caduto verso di lei. “Mi ha abbandonato anche lei”, ho pensato prima di svenire, non so per quanto tempo. Un nitrito mi ha scosso dal torpore. Rampina era tornata seguita da una Panda bianca. Era Luigi, il quale durante la corsa verso l’ospedale in ambulanza, mi aveva raccontato le gesta di Rampina. La giumenta era arrivata di corsa fino a casa sua. Sembrava come impazzita, correva avanti e indietro, s’impennava e nitriva nervosa. Lui l’aveva seguita subito, avendo intuito che qualcosa di strano fosse accaduto. –Senza di lei saresti morto dissanguato.– disse. Eh si! La mia Rampina mi aveva salvato, a sua volta, la vita.

Ho fatto ritorno all’Aravecchia agli inizi di maggio. Durante i lunghi mesi di convalescenza trascorsi a Roma, con Luigi ci siamo sentiti spesso al telefono. Sapevo che Rampina aveva trascorso l’inverno all’interno del noceto insieme alle altre cavalle che lui aveva riportato giù dalla montagna per svernare. Tra queste anche la mamma di Rampina che non l’aveva nemmeno degnata di una minima attenzione. Rampina, aveva passato tutto il tempo ignorata ed ignorando i suoi simili, forse perché la sua mentalità era ormai incompatibile con quella equina, abituata com’era a ragionare e vedere le cose più da un punto di vista umano che animale. Quando a primavera Luigi aveva aperto il cancello del recinto, tutte avevano ripreso allegramente il cammino verso Cannatina. Lei, Rampina, invece, si era fermata nel prato di fianco alla mia casa. Verso sera, aveva spinto con la testa la porticina della vecchia stalla e vi era entrata con estrema naturalezza.

Dipinto di Lena Sotskova, Free spirit

Nel pomeriggio, il divano mi invita per il solito pisolino. La temperatura è fresca. Tiro su di me un piumino leggero, ripiombando nel mio mondo onirico, nella mia adolescenza. Rampina era una bambina dai boccoli dorati intenta a giocare con le sue bambole, mentre io, con la creta, modellavo un camioncino. Un camioncino rosso, come quello del trasportatore Fernando, col quale partire senza meta. Lei mi guardava e mi leggeva nel pensiero.
Non temere.– le ho detto –Ritornerò un giorno a prenderti per portarti via, con me, per mostrarti le meraviglie d’un mondo diverso, con le sue opportunità e con le sue insidie. Io ti proteggerò, te le prometto.
La bambina sorrideva, mi sorrideva senza dire niente. –Ti sarò sempre vicino.– continuai –Ti sarò accanto quando nella notte avrai paura, quando i rumori ti spezzeranno il respiro. Ci faremo compagnia, rannicchiati stretti stretti, sotto il cielo aperto, oltre la coltre di nebbia di questo mondo che non ci appartiene.
Odo avvicinarsi da lontano il calpestio d’un galoppo che, passando davanti alla finestra, fa tremare l’intera casa. Mi alzo dal divano. Apro la porta insonnolito, confuso. Vedo uno stallone nero, che veloce come il vento, scompare in lontananza, lasciandosi dietro una scia di polvere grigia.

Valentino Di Persio
CHI SONO

Fine del settimo episodio

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4 Responses to “Rampina, una favola dei nostri giorni (7° episodio)”

  1. ROSA DANESE scrive:

    COMPLIMENTI, E’ UNA STORIA BELLISIMA, POSO CONDIVIDERLA CON I MIEI AMICI DI FB?

  2. elisa scrive:

    Magico Valentino! Gli animali capiscono tutto di noi, siamo noi che capiamo poco di loro.

    • Valentino scrive:

      Eh si Elisa, talvolta i loro gesti valgono più di mille parole. Io non trovo difficoltà a comunicare con loro, gli animali domestici e quasi sempre ci capiamo. D’altronde, anche tra umani a volte è difficile intendersi. Con Rampina ci parlo regolarmente. Grazie per il “magico”. Buone cose. Cordialità. Valentino

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